Pubblichiamo la quarta e ultima parte del documento del gruppo di lavoro di Politica Insieme sull’Innovazione coordinato da Gabriele Falciasecca e Roberto Pertile. Segue quelli pubblicati in successione del 24 maggio ( CLICCA QUI ), del 25 maggio ( CLICCA QUI ) e quello di ieri ( CLICCA QUI ).

Il documento è stato elaborato prima che il Coronavirus portasse ulteriormente in primo piano l’esigenza, anche da noi segnalata da tempo, di avviare un processo di trasformazione del Paese e di tutte le sue articolazioni. Pertanto, la pubblicazione del documento sarà seguita da quella di riflessioni aggiuntive da parte dei due autori e di altri amici particolarmente interessati a indicare le proposte ritenute più efficaci per una politica di rilancio che, oggi, non può prescindere da tutto quel che è legato e connesso ai processi innovativi in campo tecnologico, economico, sociale e civile.

INFORMATION COMMUNICATION TECNOLOGY (ICT)

L’ICT è un settore talmente vasto e vario che ogni pretesa di trattarlo in modo esauriente in poco spazio è palesemente impossibile. Ci limitiamo dunque ad alcune considerazioni su quelli che possono essere alcuni punti forse, a nostro parere, di maggior interesse.

Vediamo intanto il mondo delle telecomunicazioni (TLC). Dopo avere inanellato una serie di errori da parte dei governi di turno che ci hanno portato prima alla perdita dell’industria dei televisori, poi alla svendita dei due gestori Telecom e Omnitel, il panorama vede in campo nel paese gestori stranieri (TIM di chi è ?) alle prese con il problema di rendere profittevoli gli investimenti che fanno sulle reti, che sono sempre più ingenti, in un regime di concorrenza malata. Anche l’industria manufatturiera dopo la vendita della Telettra e il progressivo svanire di Italtel vede ormai pochi attori, peraltro con dimensioni non adatte alla competizione. Qui, per Telettra in particolare, c’è stato un ottimo concorso pubblico privato per la perdita.

Ogni governo di turno si è sforzato di realizzare un’unica rete in fibra ottica mettendo d’accordo Enel (Open Fiber) e Tim, per ora senza successo. Il tema resta di grande attualità ma è troppo complesso per licenziarlo in poche righe. Certo è che, Regno Unito a parte, non c’è paese europeo rilevante che, a modo suo, perché le soluzioni sono assai varie, non abbia una forma di controllo sulla rete nazionale.  Il 5G potrà essere un grande sollievo per gli operatori e per tutto il sistema, se opportunamente sfruttato, ma certo non la panacea. Ne va comunque accompagnato lo sviluppo cercando di eliminare gli ostacoli che si frappongono tra cui c’è l’eterno problema dei rischi connessi con l’uso delle onde elettromagnetiche, amplificato nella percezione popolare. Per il resto, visto che non è ancora chiaro chi possano essere i campioni nazionali (?) da difendere il nostro paese si deve dotare di una serie di regole che rendano la competizione in qualche modo in linea con gli interessi domestici ed evitino scorribande dall’estero. E’ questo un problema non solo delle TLC come le recenti vicende ILVA mostrano. Più che di soldi – e in qualche caso serviranno – occorre mettere a punto e realizzare le opportune strategie di regolamentazione negli spazi lasciati aperti dalla UE.

Più in generale le TLC e tutto il mondo ICT, grazie alla loro pervasività, possono fare molto per una economia più green. ICT for Green. Non ripeteremo quanto già scritto sopra sulla rete integrata. Restando all’ICT sono disponibili formidabili strumenti conoscitivi – sensori di vario genere -, algoritmi per processare i dati – Intelligenza artificiale in testa – da consentire di ridurre la mobilità ove non necessario e comunque efficientarla, di aiutare l’agricoltura come la logistica e la distribuzione dell’energia (smart grid), la difesa del territorio e i trasporti. La recente crisi del Corona Virus sta mettendo in evidenza le potenzialità delle TLC nel lavoro a distanza come nell’insegnamento. Ma ad esempio ha evidenziato la inadeguatezza della logistica delle grandi catene di supermercati. Va sottolineato che in molti di questo settori si può pensare di avere successo anche con aziende di dimensioni medie se non piccole. Ci vuole in tal caso una politica di sostegno pubblico/privato (banche) che ne consenta la prima uscita dalla culla e poi, ove necessario, il salto di dimensioni. Come già detto sopra ciò potrebbe realizzarsi anche con una politica pubblica di acquisti programmati nel tempo che consentano alle neo aziende di orientarsi. Abbiamo già validi esempi in campo anche grazie alle tante iniziative locali in appoggio alle start up. Ma tutto il sud e non solo la provincia di Trento, deve diventare un ambiente adatto per la crescita di queste iniziative.

Altrove si discuterà di PA: non c’è dubbio che questo è un settore dove gli spazi di azione sono enormi. Purtroppo la confusione sotto il cielo è tanta. Un esempio recente è lo SPID che periodicamente si vuole riportare su un unico ente governativo, dopo avere lasciato proliferare iniziative private plurime – Poste Italiane, che ormai opera con una logica privata, in testa – che ora non si capisce come si potrebbero far convergere.

Usiamo invece l’esempio del sistema bancario per affrontare un ultimo – ma tanti ancora ce ne sarebbero –  tema: la sicurezza informatica. E’ risaputo che il livello di sicurezza è poco soddisfacente per banche, imprese ecc, anche se la complicazione delle varie codifiche imposte agli utenti ha raggiunto un livello insopportabile, e che questo è un problema planetario. In campo sono già da tempo scesi i big dell’informatica, ma poiché c’è ancora grande spazio per idee nuove e intelligenti, anche qui un intervento italiano (?) può essere decisivo. Si potrebbe lanciare un programma strategico che unisca le competenze esistenti nel privato e negli enti di ricerca con l’obiettivo di trasformare un serio problema, la sicurezza, in una grande opportunità di business e incoraggiare i tentativi, come l’accesso unico ai propri conti correnti, di semplificare la vita ai clienti.

LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

La innovazione tecnologica nella PA è argomento già molto trattato e si sono susseguite dai tempi dell’allora ministro Stanca varie iniziative in questa direzione dal risultato alterno. Ovviamente per la PA come per ogni grande istituzione pubblica o privata l’introduzione delle tecnologie va accompagnata da una profonda revisione dei modelli di lavoro; altrimenti, se si continua ad operare come prima i risultati finiscono per essere modesti. Ma anche la cosiddetta semplificazione burocratica stenta a decollare e sembra che ogni tentativo in questa direzione porti a nuove regole che si aggiungono alle esistenti, invece di eliminarle. La quantità di progetti infrastrutturali già finanziati che non riescono a partire è il segnale forte di questa deficienza. La nostra PA brilla a livello europeo per prodotti presenti ma poco per il loro reale utilizzo. Raramente la innovazione è davvero pensata per facilitare la vita all’utente e spesso imprevedibili lacciuoli burocratici o di rendite di posizione vanificano tutto. A ciò si aggiunge il problema dell’età del personale che lo rende refrattario al cambiamento. Quindi va accelerato il ricambio e, dove possibile, una riqualificazione. Compatibilmente con il bilancio, favorire i pensionamenti nella PA, dove il lavoro non è certo esasperato, non serve tanto per creare posti nuovi, quanto per immettere competenze fresche. Ecco che ritorna il problema già evocato della formazione sia per i nuovi assunti che per i lavoratori già presenti.  Per le assunzioni poi c’è da domandarsi se il sistema di selezione oggi in essere, per titoli ed esami, non possa essere variato per rendere più adeguato il profilo al lavoro che poi l’interessato dovrà svolgere nelle posizioni libere vagliandone anche la capacità di autonomia e di assunzione di responsabilità. Anche una accelerazione, comunque necessaria, non deve essere troppo precipitosa per non rischiare di realizzare quanto avvenuto per i call center, che, nati ai tempi dell’introduzione dei sistemi cellulari, si sono trasformati da punto unico di raccolta e soluzione dei problemi del cliente in una barriera che rende complicato arrivare ad una conversazione tra umani o comprendere cosa sta accadendo di una segnalazione di guasto. Le ultime novità basate sulla IA renderanno forse più facile ottenere un buon risultato sia per l’utente che per i lavoratori, ma si deve vigilare per evitare fughe in direzioni non volute soprattutto dai cittadini che già devono rivolgersi alle associazioni di consumatori per difendersi da gestori di telefonia, poste ecc., e non è certo auspicabile che debbano farlo nei confronti della PA.

Ma a nostro parere esiste un problema di fondo che se non registrerà una inversione di tendenza renderà inutile ogni innovazione tecnologica. Un mondo complesso e in rapido cambiamento come è quello attuale non può essere imprigionato in un sistema di regole rigide. Si potrebbe al proposito invocare anche un teorema matematico (teorema di Godel). Se non si vuole bloccare ogni tentativo di innovazione bisogna che le regole siano generali e che venga lasciata una buona autonomia a chi le deve gestire che deve essere preoccupato solo di trovare la miglior soluzione al problema e non di farlo rientrare nell’insieme di regole di cui già dispone. Al primato della correttezza formale va sostituito quello della bontà del risultato anche se chi ha preso decisioni ha dovuto muoversi in una zona grigia. E le punizioni, severe quanto basta, devono riguardare l’incapacità dimostrata e non la mancanza di una firma. Peggio ancora se poi, grazie all’ondata di sfiducia che si è impadronita del dipendente pubblico, qualche tutore della legge non riconosce la buona fede ma invoca anche il dolo con le sue conseguenze penali. Non è facile portare avanti questo concetto in un periodo in cui i furbetti del cartellino e gli approfittatori del ruolo che rivestono sono giustamente messi alla gogna. Ma bisogna avere il coraggio di invertire la tendenza altrimenti si rischia che si amplifichi la selezione a rovescio che accade grazie alla massima “chi più fa più sbaglia”. La soluzione non deve essere una sorta di commissariamento per ogni progetto importante, ma un ripensamento delle modalità di gestione di ogni procedimento. La selezione, qui come altrove, dovrebbe essere condotta in base alle competenze e il giudizio basato sui risultati.

Paradossalmente l’ IA, oltre che facilitare il lavoro, può offrire una via d’uscita impropria, almeno per un po’ e per alcuni. Le macchine sono ora in grado di imparare e di prendere decisioni al posto nostro. Chi potrà giudicare una macchina che sulla base della esperienza acquisita ha trovato una soluzione nuova ad un problema nuovo? E’ lì per quello. Già ora di fronte a palesi inefficienze del software la risposta è spesso: è il computer che vuole così. In un mondo di irresponsabili è forte la tentazione di liberarsi del problema di decidere  lasciandolo alle nuove macchine intelligenti! Ma dal problema della responsabilità non si sfugge se è vero che si sta discutendo del tipo di responsabilità da attribuire alle automobili senza guidatore ventilandone anche un risvolto penale che così non sarebbe più in capo al progettista impossibilitato a prevedere gli sviluppi cognitivi delle sue creature.

Da quanto sopra esposto emerge che i provvedimenti da prendere sono più in direzione di una rivoluzione culturale (formazione, responsabilità, capacità nuove del personale ecc.) che non di assalto alle singole problematiche per le quali esistono già eccellenti proposte tecnologiche specifiche che tardano a dare effetti mancando il quadro di insieme.

In particolare potrebbe essere perseguita un’innovazione radicale nei tradizionali metodi di reclutamento del personale. Sarebbe, cioè, venuto il momento di abolire, nella stragrande maggioranza dei casi, i concorsi per titoli ed esami, il cui bilancio, in termini di efficacia, è abbastanza fallimentare. Andrebbero sostituiti, soprattutto dove è prevalente la domanda di capacità di assunzione di responsabilità e di doti di governo, da corsi formativi, almeno semestrali, da svolgersi presso le Università e/o i centri qualificati di formazione seguiti da una valutazione finale. L’importanza di queste doti una volta solo per i vertici, sta progressivamente pervadendo anche  le posizioni intermedie.

CENNO FINALE SU UNA STRUTTURA DI GOVERNO

Nel passato, ed anche ora, i vari settori qui citati sono stati attribuiti a ministeri diversi accorpati in modo discutibile. In particolare l’ICT è ora all’interno del MISE, la ricerca e l’università è stata a lungo all’interno del gigantesco ministero che comprende la Pubblica Istruzione, l’innovazione sistemata altrove ecc. Senza inseguire l’attualità si dovrebbe riportare in uno stesso luogo, un ministero, sia l’ICT che è alla base del cambiamento, sia la ricerca e l’università, sia più in generale le politiche per l’innovazione. Con un gruppo di esperti a fungere da Advisory Board per le proposte. Ciò consentirebbe di evitare invenzioni come le cabine di regia, i comitati interministeriali o altre invenzioni del genere che non hanno e non daranno mai risultati concreti.

Gabriele Falciasecca e Roberto Pertile

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