Gli attuali venti di guerra, in Medio Oriente, Ucraina, Palestina, non influiscono più di tanto sui cambiamenti irreversibili che si stanno consolidando nella divisione internazionale del lavoro. Usa e Cina sono le potenze economiche indiscutibilmente più forti, le prime al mondo. La sfida in atto tra le due economie è di ottenere incrementi di produttività tali da controllare il mercato dell’altro; concorrenza senza mezzi termini. Il destino parallelo delle altre economie è la loro marginalizzazione, UE compresa.
Entrambe i due sistemi economici più forti al mondo hanno concentrato notevoli investimenti nel settore digitale, specificatamente nella I.A. Il risultato più evidente è che il divario ottenuto, rispetto ai paesi europei, è tale da dare agli Usa e alla Cina una indiscussa leadership globale.
Uno dei risultati di questo processo, per certi aspetti il più radicale, è il cambiamento del peso economico dell’impresa digitale a dimensione globale. È, infatti, in grado di produrre fatturati di importi mai registrati prima d’ora. Produce una ricchezza superiore al Pil di molti paesi di medie dimensioni. Ne consegue una produttività che mette ai margini del mercato anche le economie dell’UE.
A questo proposito, possiamo azzardare una previsione: con questo divario e nell’attuale contesto di mercato, l’Italia, mantenendo immutata l’attuale politica industriale, non ha un grande avvenire. Lo stesso scenario vale anche per l’UE, la cui economia è in evidente difficoltà. Il punto chiave di questa situazione è stata, appunto, la scarsa propensione ad investire nei campi ad alto rischio tecnologico, preferendo, soprattutto per l’Italia, una politica concorrenziale basata sul basso costo del lavoro. In aggiunta, la produttività in Italia è stata penalizzata dai massicci sussidi erogati per ragioni di consenso elettorale.
La via d’uscita per l’Italia, come anche per l’UE, dovrebbe puntare a investire prioritariamente nelle nuove tecnologie digitali e, conseguentemente, nella riqualificazione del personale professionale. Sembra una politica governativa ovvia, ma non è così. In Italia prevale la cattiva politica della spesa corrente per consumi fittizi.
Invece, i programmi dei partiti dovrebbero sostenere le politiche di investimento in strutture pubbliche di R&S, che dovrebbero organizzarsi territorialmente per sistemi a rete, al fine di valorizzare le realtà medio-piccole e, in primo luogo, la creatività giovanile.
Alla sfida lanciata da Usa e Cina per avere il controllo dello sviluppo economico globale, secondo il modello tecnologico, si contrappone ciò che leggiamo nella enciclica “Magnifica Humanitas” di Papa Leone: il lavoro umano viene prima di ogni logica puramente produttiva. Al centro della trasformazione della produzione mondiale in atto va messa la dignità del lavoro e dei lavoratori. Alla persona va riconosciuto un valore prioritario rispetto al profitto. Lo sviluppo della produttività degli investimenti, qualunque essi siano, non può azzerare la dignità delle persone, considerate un mero costo di produzione. Alla base delle politiche governative non ci può essere solo l’obiettivo di una maggiore produttività. Papa Leone sostiene con forza il primato del lavoro umano su ogni logica semplicemente produttiva.
La composizione del conflitto di interessi che esiste tra capitale e lavoro deve essere ricercata mediante un’intesa tra le forze sociali di base, per realizzare un capitalismo popolare e democratico. Solo un rinnovato patto sociale potrà sostenere e giustificare la ricerca continua di alti e crescenti livelli di produttività.
Oggi, né i sindacati, né i partiti, già tutti presi dalle scadenze elettorali, sembrano farsi carico del futuro che è già presente in Italia, come in Europa. Sono tutti presi dai rissosi confronti quotidiani, confermando la loro più completa inadeguatezza a governare il Paese.
Roberto Pertile