Ci hanno messo sette mesi – nel timore che se ne adontasse come di una calunnia nei confronti del suo amico di Mosca – ma finalmente qualcuno ha avvisato Salvini che Putin ha davvero mosso guerra all’Ucraina. L’avessero informato prima, l’avrebbe detto subito che questa faccenda gli sembra sospetta e, ad ogni modo, cambia un attimo il contesto. Probabilmente – forse grazie alle sue reminiscenze moscovite – deve aver capito da solo che, in fondo, l’Ucraina, se non addirittura un pretesto, è almeno l’occasione per mettere sotto schiaffo l’Europa e far volare gli stracci sull’intero scacchiere delle relazioni internazionali.

Per fortuna, l’Ambasciata russa in Italia probabilmente non mancherà di ammettere che il Capitano non è un “voltagabbana” e, anzi, ha fatto un passo necessario nel condivisibile intento di preservare, per quanto possibile, ancora una certa forza a chi, non da meno di Berlusconi, ha ampiamente dimostrato non solo di stimare Putin personalmente, ma di considerarlo l’antesignano di un modello politico-istituzionale illiberale e sovrano, che, appena incipriato di una democrazia addomesticata, garantirebbe efficienza e stabilità, ordine e governabilità anche qui da noi.

Siamo noi a non aver capito che le felpe per il Capitano non sono solo un indumento, ma lo specchio dell’anima e, pertanto, la facilità con cui se ne può sfilare una per vestirne un’altra si può tranquillamente applicare anche alle idee, alle proposte politiche, alle prospettive che si offrono al proprio elettorato. Che, probabilmente Salvini considera – almeno il suo – alla stregua di un branco di deficienti, ai quali si è liberi di somministrare una spolverata di critica al novello Zar di Mosca per riaccreditarsi, in fretta e furia, uomo di buon senso e di pace, padre di famiglia ed amico dell’Europa ed atlantista. Da far invidia alla Meloni che ha, se non altro, il merito di esserci arrivata prima.

Resta a contorcersi il povero Conte, il quale aggrovigliato nelle sue contraddizioni non riesce a togliersi di dosso la puzza del filo-putiniano. Non è chiaro se l’ultimo gradino del degrado politico sia il patetico o il ridicolo, ma c’è chi primeggia nell’uno, chi nell’ altro, chi in ambedue.