Il mercato del lavoro italiano ha di fronte sfide importanti da affrontare. Occorreranno interventi mirati

La sostenibilità futura del nostro mercato del lavoro dipenderà dalla capacità di offrire risposte efficaci a due sfide imponenti: il pensionamento atteso delle generazioni baby boomer nel corso dei prossimi 10 anni; l’obsolescenza dei profili professionali generata dall’impatto delle nuove tecnologie digitali nelle organizzazioni del lavoro e sui rapporti di lavoro.

È del tutto evidente che la sostenibilità futura dei modelli di produzione e di distribuzione del reddito che hanno garantito il benessere e la coesione sociale dipenderà dall’utilizzo combinato ed efficace di queste tre leve.

Sono problemi comuni, ma che richiedono un’approfondita valutazione delle criticità specifiche. Nel caso italiano, rappresentate: dal basso TO e dagli squilibri generazionali, di genere e territoriali che caratterizzano il divario rispetto alle medie degli altri Paesi europei; dai ritardi accumulati nella generazione di competenze da parte del nostro sistema scolastico e universitario e nella valorizzazione degli investimenti formativi, pubblici e delle famiglie, nell’ambito produttivo; dallo scarso impiego delle tecnologie digitali in molti comparti di attività che assorbono una quota rilevante di occupati.

Il nostro tasso di occupazione è decisamente migliorato negli anni recenti (63%, superiore di 4 punti rispetto al 2019), con riflessi positivi per la componente femminile, degli under 35 anni, e dei territori del Mezzogiorno che hanno registrato incrementi superiori alla media nazionale.

I nuovi posti di lavoro, circa 1,4 milioni, sono concentrati nei rapporti a tempo indeterminato, con una riduzione significativa di quelli a termine e dei part-time di tipo involontario. Le critiche vengono rivolte alla congruità dei salari erogati, data la perdita del valore reale legata a una crescita dell’inflazione non adeguatamente recuperata dai rinnovi dei contratti collettivi di lavoro. Ma sul versante dei redditi familiari, e di quelli pro capite, la crescita dell’occupazione ha consentito un recupero dei valori precedenti alla pandemia Covid superiore a quelli dei maggiori Paesi europei e del G7.

La crescita degli occupati ha consentito di dimezzare il numero delle persone in cerca di lavoro. Quello delle persone inattive è diminuito anche per il contemporaneo calo demografico delle persone in età di lavoro, ma nei due anni recenti, nonostante la rilevante quota della domanda delle imprese che non trova lavoratori disponibili, rimane equivalente a un terzo della popolazione residente tra i 15 e i 65 anni.

I risultati economici e occupazionali ottenuti in questi anni sono il frutto di fattori che hanno pressoché esaurito i loro effetti (l’impiego del risparmio accumulato dalle famiglie durante la pandemia, la spesa pubblica aggiuntiva generata dal Superbonus per le ristrutturazioni e dalle risorse europee del Pnrr). Il potenziale delle risorse umane disponibili per sostituire l’esodo pensionistico dei lavoratori anziani (circa 4 milioni di persone tra sottoccupati, donne e giovani disoccupati o inattivi disponibili, e un potenziale ingresso annuo di circa 400.000 giovani in uscita dai percorsi scolastici e universitari) deve fare i conti con le concrete dinamiche del disallineamento dell’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro (mismatch) aumentato di circa 20 punti rispetto al 2019.

La prospettiva di una riduzione consistente della popolazione in età di lavoro combinata con la carenza di profili professionali pregiudica qualsiasi possibilità di recuperare il divario del TO (-8%) rispetto alla media dei Paesi Ue.

La capacità del nostro sistema formativo di generare nuovi diplomati e laureati rimane storicamente inferiore alla media dei Paesi sviluppati e il divario accumulato si riscontra inevitabilmente sulle competenze di varia natura della popolazione adulta. Il gap è stato ridotto per decenni dal trasferimento tra generazioni delle esperienze e delle conoscenze acquisite negli ambiti lavorativi.

È un modello destinato a esaurirsi con l’esodo delle generazioni anziane e per l’impatto delle tecnologie digitali. Ma l’aspetto paradossale del caso italiano è rappresentato dal sottoutilizzo degli investimenti formativi, che si esprime nell’inadeguata domanda di lavoro per le medie e alte qualifiche e nell’esodo verso altri Paesi europei di una quota non marginale di giovani laureati.

La risposta ai deficit di risorse umane disponibili e alla riduzione dei livelli di produttività in molti comparti economici si concentra sulla domanda di nuovi immigrati e sulle migrazioni interne dalle aree del Mezzogiorno verso quelle del Nord Italia. Quelle provenienti dai Paesi extracomunitari, rivolte a rimediare la scarsità di lavoratori disponibili per lavori discontinui, poco qualificati e sotto remunerati. L’esodo dei giovani del Mezzogiorno comporta inevitabilmente un’accelerazione dello spopolamento delle aree interne con effetti negativi sulle prospettive di sviluppo locale.

In buona sostanza, nel nostro Paese, nonostante alcuni significativi progressi nei tempi recenti, le leve dell’impiego delle risorse umane, tecnologiche e delle migrazioni non risultano disponibili per l’obiettivo di garantire una crescita economica stabile e una distribuzione del reddito in grado di sostenere l’invecchiamento della popolazione.

Che fare? Sul piano politico diventa necessario assumere il tema della ricostruzione della popolazione lavorativa come priorità assoluta. Il tratto principale delle politiche del lavoro e sociali degli anni 2000 è stato l’incremento abnorme della spesa pubblica per sostenere i bassi redditi a discapito degli investimenti nei settori che, in altri Paesi, hanno offerto un contributo fondamentale alla crescita della quantità e della qualità degli occupati (servizi pubblici digitalizzati, sanità, lavoro di cura, istruzione) con relativo ricambio anche della quota del personale delle Amministrazioni pubbliche.

Le riforme del welfare richiedono una netta separazione tra quelle finalizzate a rendere sostenibile la crescita della popolazione attiva (conciliazione dei carichi di lavoro e familiari, integrazione tra percorsi formativi e lavorativi, invecchiamento attivo, formazione continua negli ambiti lavorativi e nelle transizioni lavorative) da quelle per la sostenibilità delle persone a carico, con priorità assoluta per quelle non autosufficienti. La programmazione e la gestione dei nuovi flussi migratori deve essere rigorosamente ancorata a criteri di qualificazione del rapporto di lavoro responsabilizzando in presa diretta i datori di lavoro e attenzionando prioritariamente il migliore utilizzo degli immigrati già residenti in Italia.

Gli attuali modelli di governance istituzionali risultano inadeguati per la finalità di mobilitare gli attori economici e sociali che possono concorrere al raggiungimento degli obiettivi. Sono migliorati i tempi di impiego delle risorse e la qualità del loro utilizzo. Ma gli attuali modelli di cooperazione non sono in grado di influenzare le modalità di utilizzo della spesa storica.

Buona parte delle risposte attivabili non richiede risorse aggiuntive, ma l’utilizzo efficiente di quelle già disponibili.

Natale Forlani

Pubblicato su www.ilsussidiario.net

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