Nonostante il Coronavirus, nelle regioni in cui si dovrebbe andare al voto il prossimo maggio, sono già all’opera alacremente le macchine elettorali. Lo stesso vale per quelle amministrazioni locali che, in varie parti d’Italia, saranno chiamate al rinnovo di sindaci e consigli comunali.

Un po’ dappertutto, si prova a riproporre lo schema bipolare e, dunque, la contrapposizione tra Matteo Salvini e il Pd. Fa indubbbiamente comodo ad entrambi i due fronti contrapposti, intenzionati a radicalizzare lo scontro e a serrare i ranghi per ottenerne il massimo della convenienza. Soprattutto là dove si va al rinnovo delle municipalità, però, continuano a fiorire liste civiche a conferma di quanto sia in atto il processo di scomposizione e ricomposizione politica nel Paese reale, indipendentemente dai partiti tradizionali, se non in evidente loro contrapposizione.

Taluni segnali ci dicono che dopo il Coronavirus molte cose potrebbero cambiare e farci trovare in un Paese del tutto diverso da quello che conosciamo.

Intanto, la politica ufficiale segue i vecchi sentieri e prova anche attraverso l’utilizzazione di liste civetta, spacciate per civiche, a creare confusione su questo fronte.

A Salvini  può tornar comodo insistere sui vecchi schemi per tenere viva l’idea di una sua presenza incombente. Nonostante l’incremento dei consensi a favore di Giorgia Meloni sembri portare al capo della Lega una nuova insidia, tutta interna al centrodestra. E’ finita la fase in cui sembrava che solo lui avesse il vento nelle vele a seguito della progressiva perdita di tonicità da parte di Silvio Berlusconi?

Il Pd risponde ad una consistente perdita di consensi con l’idea di costituire l’unico argine possibile al sovranismo e al populismo. Possiamo dire che i dirigenti pieddini la cosa se la continuano a raccontare da soli nonostante che dappertutto, Emilia esclusa, il loro partito si sta attestando costantemente tra il 15 e il 18%.

Come accaduto in Umbria, e poi in Emilia e Romagna, i cattolici interessati alla politica, ma lo stesso vale per tanti laici, subiscono le conseguenze di una forzata bipolarizzazione perché non sono ancora nelle condizioni di presentare una lista in grado di competere adeguatamente a livello regionale, visto che nella stragrande maggioranza dei casi si applicano leggi elettorali ai limiti di un moderno liberticidio democratico.

Per quanto ci riguarda, Stefano Zamagni ha già posto il problema, però, di creare un’effettiva alternativa a partire dalle amministrative che interesseranno il Comune di Bologna del prossimo anno con la presentazione di una lista civica, libera e indipendente, fatta da credenti e non credenti. Non è detto che Bologna sia destinata ad restare un’eccezione giacché si voterà in altre città importanti, a partire da Roma e Napoli.

Anche Domenico Galbiati ( CLICCA QUI ), riproponendo il nostro Manifesto, ha ribadito quello che dev’essere uno degli elementi caratterizzanti la nascita di un “nuovo” soggetto politico, cioè l’autonomia. Intesa come proposta di contenuti e metodi nuovi e, quindi, capace di modificare i “fondamentali” della politica italiana.

La nascita di questo “nuovo” soggetto politico potrebbe avvenire in un contesto diverso da quello attuale. Il giorno che la vicenda del Coronavirus sarà stata superata scopriremo che il virus non sarà stato sconfitto iniettando la paura, bensì rinnovando la forza della solidarietà. Ne stiamo avendo un esempio dalla generosità dei medici, degli infermieri e dei volontari che si stanno infettando. Dai prefetti e dai questori, ma anche dai più semplici servitori dello Stato, anch’essi contagiati in un impeto di assunzione di una responsabilità pubblica. Una volta tanto il “chi me lo fa fare” è stato sostituito da “rischio, ma lo faccio”.

Così, dopo una lunga stagione di divisioni, egoismi e di rozze semplificazioni, riconosceremo quanto il mondo sia complesso, che nessuno di noi è un’isola e che l’impegno pubblico non può essere diretto a favorire qualcuno a scapito di altri esseri umani, chiunque essi siano.

C’è da augurarsi che anche dai tanti esempi di abnegazione di questi giorni riceveremo il sostegno per andare oltre una stagione politica davvero deprimente e riusciremo ad elevare la qualità del coinvolgimento in una comune responsabilità in cui devono involgersi tutti gli italiani in grado di superare divisioni preconcette e vecchi schemi mentali del passato. Il Coronavirus rischia di farlo diventare, addirittura, trapassato remoto.

Dovremo tornare a parlare, in ogni caso, della generale “diaspora” in cui sono finiti gli italiani degli ultimi 25 anni e del fenomeno dell’astensionismo, che non riguarda solo i cattolici. La fuga dai seggi, drammaticamente confermata dalle elezioni suppletive per la Camera di Napoli e di Roma, sta a ribadire il distacco profondo della pubblica opinione e richiama le  responsabilità della destra, delle sinistre e del Movimento 5 Stelle.

Tutto ciò si supera uscendo dalla esclusiva logica degli schieramenti e costringendoci  ad affrontare i problemi e le condizioni reali del Paese.

E’ necessario, estremamente necessario, essere chiari, anche in vista delle prossime elezioni regionali, che si facciano o meno per la data prevista di maggio, a causa del Coronavirus.

Nessuno degli attuali partiti rappresenta coloro che, come scriviamo noi nel Manifesto ( CLICCA QUI ), intendono dare corso ad un processo di radicale trasformazione del Paese per farlo riemergere da quella involuzione economica, sociale e civile in cui è piombato.

La nostra distanza sia dalla destra, sia della sinistra investe certo una visione politica, ma, in entrambi i casi, richiama pure una valutazione antropologica.

Della destra non condividiamo le posizioni isolazioniste accentuate da Matteo Salvini. Sono estranee alla cultura internazionale del nostro Paese: l’Italia è collocata solidamente nelle relazioni e nella civiltà occidentale e, dunque, in Europa.

Non apprezziamo affatto una confusa visione istituzionale divisa tra il separatismo nordista del vecchio “bossismo” e lo spacciare parole d’ordine di un mal digerito ed appena adesso rivalutato sentimento nazionale, poco credibile perché la declinazione salviniana nasconde malamente la stessa visione egoistica del secessionismo. In sostanza, ripudia infatti quel solidarismo e quello spirito d’inclusione che sono parte viva dei sentimenti storicamente consolidati ed espressi dal nostro popolo, dopo che sono stati l’autentico motore della ricostruzione del dopoguerra e sanciti dalla nostra Costituzione. Abbiamo in mente, in sostanza, una diversa idea dell’essere umano e delle sue relazioni con tutti gli altri suoi simili.

In ogni caso, è bastato che i nuovi equilibri europei, da cui Salvini si è voluto tirare fuori, facessero intravedere la possibilità di dare corso ad un diverso atteggiamento sui migranti, sulle relazioni d’avviare tra i componenti dell’Unione europea, sulla possibilità di superare quell’austerità che ha dominato Bruxelles nell’ultimo decennio, che il capo della Lega si è trovato senza più punti di riferimento e la sua retorica demagogica ha cominciato a rivelarsi sempre più vuota e inanamente ripetitiva. Soprattutto, senza la possibilità d’individuare un percorso costruttivamente nazionale il quale, come dimostra la drammatica vicenda del Coronavirus, deve inserirsi tutto intero in collegamento con quello degli altri paesi del continente.

Dal Pd ci divide in particolare un’altra prospettiva antropologica. E’ cosa emersa chiaramente nel corso del tempo, in maniera ancora più evidente con l’arrivo alla Segreteria di Nicola Zingaretti e l’accentuazione di quella caratura “radicaleggiante” che il partito del centrosinistra intende sempre più assumere.

E’ questione di ampio spettro perché riguarda le criticità etiche che insistono tra le donne e gli uomini dei nostri tempi e nei rapporti tra di loro, quelle inerenti la visione della famiglia, la considerazione e la cura della vita, che secondo noi va dal concepimento alla sua fine naturale. Non si tratta di un qualcosa su cui si possa fare finta di niente o da trascurare in cambio di un pugno di seggi in Parlamento o nelle altre assemblee elettive.

A questo va aggiunto altro. Il Pd, e lo confermano i dati elettorali, recenti e meno recenti, è oramai partito quasi esclusivamente dei centri cittadini. Non lo è più delle periferie, delle cinture esterne dei grossi agglomerati urbani e delle aree provinciali ed interne del Paese.

Come se ne esce da questa particolare nostra condizione di distinzione dalla destra e dalla sinistra?

Pur consapevoli delle difficoltà e degli impegnativi sforzi necessari, noi abbiamo deciso di dare corso ad una presenza nuova. Tutta giocata sui contenuti e la partecipazione di  “facce nuove” espresse dalla società civile e dalla realtà culturale e professionale più avvertita e più sensibile verso ciò che è condivisione e inclusione.

Più che pensare ad accordi di vertice con “vecchi apparati”, è necessario aprirsi completamente al “civismo” e a quanti sono impegnati nei territori a dare voce a esigenze di partecipazione vera, fortemente aderenti alle dinamiche locali, sulla base di un’autentica e genuina scelta di libertà.

In questo senso, giustamente, Alessandro Diotallevi, intervenne tempo fa per incitare a trovare il coraggio di optare per “una scelta di servizio al Paese” e prospettò la possibilità di dare vita ad una Lista Civica nazionale “unificata da un programma di Governo che sia nient’altro che la propria proposta di bilancio dello Stato” ( CLICCA QUI ).

E’ un pezzo di quel nostro impegno destinato a sfociare prossimamente in un documento politico programmatico. Segnerà il passo successivo al già citato Manifesto, in vista dell’Assemblea costituente e la conseguente creazione del “nuovo” soggetto politico che abbiamo in mente.

Ora, noi sappiamo che l’attuale stagione delle elezioni regionali ripropone la continuità di quella che chiamiamo diaspora.

Gruppi e personaggi d’estrazione cattolica, di nuovo, s’impegnano a sostegno del Pd nonostante quel partito, vedi l’esperienza emblematica in Umbria, continui a rifiutare di prendere atto della crisi profonda in cui è piombato e, pertanto, non intende aprirsi veramente ad un mondo molto più ampio e vitale di come quel partito se lo rappresenta.

L’Udc di Lorenzo Cesa e l’on. Gianfranco Rotondi,  che pure hanno detto di aderire alla Federazione degli ex Dc, partita all’insegna di una scelta d’autonomia, giunta persino a dirsi sostenitrice del nostro Manifesto, confermano il loro impegno nel centrodestra, così come recentemente fatto in occasione delle regionali della Calabria. Non sanno che il centrodestra, oggi, è Matteo Salvini e, semmai, Giorgia Meloni? Entrambi sono anni luce distanti da quelle correnti di pensiero conservatrici, ma d’impronta liberale ed europeista, cui pure fece riferimento Silvio Berlusconi fino a quando, pure lui, si stancò di seguirle.

La vita continua e i percorsi tortuosi della politica possono pur sempre essere illuminati dalla luce di un pensiero profondo che parte da lontano. Ma è l’unica cosa cui possiamo attaccarci per augurarci che non tutto sia perduto con gli amici che, a nostro avviso, fanno male a restare a mollo nel “guado” della diaspora. Guardino essi alla sponda sinistra o a quella destra.

La gente, la nostra gente, soprattutto dopo due decenni e mezzo di ambiguità, di delusioni, riscoprendosi alla fine irrilevante, ha bisogno di una parola chiara. Ha bisogno di coerenza, di disinteresse, di generosità. Soprattutto, in una fase della vita del Paese che richiede assunzioni di responsabilità precise. Queste non possono essere messe su un piatto della bilancia mentre sull’altro ci sono alcuni posti di un consiglio regionale che, per quanto importanti, lasceranno le cose come sono. Cioè messe male.

Giancarlo Infante