I fatti di Bibbiano, da quel che ha raccontato la stampa, sono gravi.

Manipolare i bambini e i loro racconti non è mai ammissibile, anche nel caso lo si facesse a fin di bene.

La narrazione giornalistica ha usato toni giustamente  forti, qualche volta non sempre verosimili: il movente economico appare assai poco convincente, per la pochezza delle somme in gioco, la elevata rischiosità delle manipolazioni effettuate, le estese complicità necessarie. Un accanimento ideologico da parte di una parte della  stampa contro la “sinistra” “mangia-famiglie” è apparso fin da subito evidente, almeno per i lettori meno sprovveduti, così come l’imbarazzato silenzio  da parte dei cosiddetti “liberal”, fino a poco tempo fa, indiscussi “signori” del politicamente corretto.

Non è per nulla facile, sul piano tecnico, lavorare con bambini che si suppone o sospetta essere stati maltrattati: essere solidali con loro, attenti a cogliere segnali di disagio da mettere in relazione a possibili abusi o maltrattamenti, cercare di dedurre dal loro gioco spontaneo o dai loro disegni segni che possono aiutare i giudici a capire se ci sia stato o meno violenza e abuso, sono attività professionali difficili e che necessitano di un equilibrio emotivo e interiore non banale: per non sottovalutare, ma anche per  non ingigantire i fenomeni osservati. Le stesse tecniche psicologiche che professionisti esperti mettono in campo in queste situazioni, sono tutt’altro che certe e sicure: del resto, anche se infastidisce i più, abituati ad avere risposte semplici a problemi complessi, meglio se con un tweet, comprendere l’animo umano, specie se si tratta di un bambino, è esercizio di estrema complessità.

Attorno alla famiglia, da qualche tempo, sono in essere scontri ideologici molto pesanti: da una parte le lobbies, di cui il movimento LGBT è avanguardia rumorosa, che nel pretendere la equiparazione delle coppie omosessuali alle famiglie, di fatto, puntano a dare il colpo finale alla distruzione della famiglia, in nome di un individualismo consumistico, peraltro molto diffuso nel comune sentire della gente, e che da decenni si è infiltrato nella società occidentale; dall’altra chi combatte per il valore della famiglia, assunto a “dogma morale” da difendere e perfino imporre ad una società secolarizzata (e non è un caso che poi qualcuno molto furbescamente impugna il rosario, pur vivendo in una condizione religiosamente irregolare….).

Tra queste due posizioni estreme, si distribuiscono lungo un continuum che non ha cesure nette, la stragrande maggioranza delle persone, quasi tutte però influenzate dalle due contrapposte visioni ideologiche, cioè distorte, della questione.

La famiglia non è primariamente un “dogma”, tantomeno nella sua versione “occidentale”, sostanzialmente borghese e consumistica: pragmaticamente, è “il miglior consorzio umano” che l’Homo Sapiens ha saputo sviluppare nella sua evoluzione, per poter dare speranza di sopravvivenza e di vita ai suoi piccoli e per poter difendere e tutelare i suoi componenti più deboli, specie se anziani e ammalati.

Un “consorzio umano” che esclude i figli, ossia decide di escludere deliberatamente la possibilità di generare nuova vita, semplicemente non è una “famiglia”: due soggetti dello stesso sesso, non sono nelle condizioni di generare una nuova vita: potranno anche amarsi molto, ma non possono essere famiglia.

La tanto contestata “Humanae Vitae” di papa Montini (non a caso intitolata proprio con un esplicito riferimento alla Vita Umana) ha tentato di mettere in guardia dai rischi di un deliberato,  acritico e reiterato ricorso al blocco della “capacità di generare nuova vita”, sulla stessa  prospettiva di futuro  del genere umano: a volte, chi brandisce la spada contro la cosiddetta comunità LGBT, diventa poi molto indulgente nei confronti di comportamenti che hanno una radice antropologica comune.

Ma un “consorzio umano”, ossia la famiglia, non è di per sé la soluzione magica ad ogni problema, anzi, come tutte le realtà umane, soffre di “cagionevole salute”: può essere essa stessa luogo che genera sofferenza e addirittura violenza. Ed è dovere di ogni comunità civile dare delle regole che tutelino – in tali sfortunate situazioni – i componenti più deboli, ossia bambini, disabili e anziani.

La famiglia si ammala, quando è denigrata nel suo stesso fondamento, ma anche quando è caricata di troppe responsabilità morali o quando diventa essa stessa “ideologia”: più che il diritto di ogni bambino ad avere una famiglia, è “dovere” della comunità civile consentire ad ogni bambino la possibilità di vivere la sua infanzia all’interno di una dimensione relazionale accogliente e rispettosa della sua personalità e identità, ossia all’interno  di una famiglia costituita quale “consorzio umano aperto alla generatività”.

Il “diritto” affida all’individuo una legittima rivendicazione e affida allo Stato il compito di renderla effettiva: il “dovere” affida ad ogni persona, presa individualmente e nella sua collettività di appartenenza, il compito di rendere effettivo un compito cogente, gerarchicamente sovraordinato ai legittimi diritti individuali e affida allo Stato il ruolo di garante e di regolatore.

Tutte le famiglie, naturali e adottive, sono oggi caricate di gravosi compiti, probabilmente come mai in passato: “consorzi umani”,  piccoli e spesso disconnessi dai relativi nuclei originari di appartenenza e quindi con meno risorse “relazionali e sociali”, asserviti a modelli produttivi costruiti sull’individuo libero da vincoli e pienamente indipendente anche nei suoi progetti esistenziali, condizionati da modelli di vita consumistici che danno tantissime opportunità, ma esigono altrettanto in termini di tempo e di vincoli indotti, plasmati attorno ad una idea “meritocratica” che fa del successo sociale e personale del figlio la manifestazione evidente della raggiunta piena integrazione sociale, vincolati ad una idea di felicità ideologizzata, sostanzialmente irraggiungibile, che li rende fragili, disperatamente  protesi verso il miraggio della “felicità personale” a cui sacrificare affetti, relazioni e la famiglia stessa.

Dentro l’”affare Bibbiano” si scontrano come elettroni impazziti, le inquietudini sulla famiglia dei nostri giorni: la famiglia tradizionale come “luogo di prevaricazione e sopruso”, il diritto alla felicità ideale che solo una famiglia educata e plasmata ad arte è in grado di dare, lo Stato come Leviatano ideale in grado di garantire i diritti a tutti attraverso le sue istituzioni, la  famiglia borghese baluardo contro l’invasione dei barbari, la superiorità (il suprematismo) dei modelli tradizionali occidentali contro il disordine e il degrado morale di una società decadente.

E’ facile confondersi e finire nella solita trappola ideologica!

Un movimento e un partito che vuole incontrare le persone nelle loro quotidiane fatiche non brandisce la clava dei dogmi morali, ma si mette in ascolto, umile, per cercare soluzioni concrete e contingenti che aiutino  la sopravvivenza di quell’insostituibile consorzio umano aperto alla generatività, che è la famiglia.

Politiche vere e coraggiose: non solo servizi (cioè nidi, scuole, strutture educative di prossimità che accolgano i bambini quando la scuola chiude, centri di aggregazione nei diversi contesti sociali), non solo “sgravi fiscali”, ma politiche del reddito che chiamino anche chi fa impresa a farsi carico, almeno in parte, della differente condizione esistente tra un lavoratore single e uno che contribuisce al mantenimento di una struttura famigliare: una struttura salariale europea che tenga nel debito conto le oggettive differenze tra i lavoratori, perché il salario non può essere funzione solo della produttività (se il lavoro è essenziale alla dignità di ogni persona, non può non avere in sé dinamiche retributive che concretizzino questo principio, nelle varie stagioni della vita): non può essere  compito esclusivo dello Stato Sociale la difesa della famiglia, perché il “consorzio umano aperto alla generatività” è patrimonio comune dell’intero genere umano, anche dell’impresa.

Un partito di ispirazione cattolica coraggiosamente identitario non ha paura di mettersi in ascolto e in  dialogo aperto con tutte le componenti sociali, perché sa distinguere ciò che è fondante, da ciò che è sovrastrutturale, ed è così in grado di aggregare ampi consensi politici, senza annacquarsi, e senza anacronistiche crociate: valorizzare ogni consorzio umano aperto alla naturale generatività, all’interno del quale anche la famiglia tradizionale può trovare nuova linfa per tornare ad essere modello cui ispirarsi, può essere uno dei momenti in grado di contribuire a quel nuovo “rinascimento umano” di cui si avverte un drammatico e urgente bisogno.

Massimo Molteni