Si ritiene comunemente che cambiar parere, rovesciare giudizi, a suo tempo, già gagliardamente sostenuti sia prova, se non addirittura sinonimo, di intelligenza. Tutto ciò non è altrettanto vero per quanto concerne i cambi di casacca.
Nel primo caso, si tratta di una trasformazione mentale e cognitiva, talvolta interiore, una sorta di “metanoia”. Nel secondo, siamo di fronte ad un adattamento “forzoso”, necessariamente ambiguo, per lo più incerto, precario, facilmente reversibile, senza che nulla muti circa l’ “animus” che sosteneva la posizione precedentemente assunta.
Tra i due qual è il caso di Giorgia Meloni? Né l’uno, né l’altro. Né una conversione né una forma di accondiscendenza tattica e strumentale alla particolarità del momento. Bensì, la risposta alla necessità stringente di adottare un posizionamento politico obbligato e dovuto.
La sonora sconfitta al referendum; la tranvata che gli ungheresi hanno assestato ad Orban; l’evidente e progressiva insostenibilità di un “trumpismo” galoppante che le ha alienato i favori di larga parte dell’ elettorato giovanile; gli attacchi di Trump al Papa che, a maggior ragione, rischiano di scompigliare il suo elettorato cattolico; l’ evaporazione dell’ azzardata ambizione di rappresentare un presunto “ponte “ tra le due sponde dell’ Atlantico ed, infine, la cacciata dal tempio degli ossequiosi e fedeli amici decretata dallo stesso Trump, hanno costretto Giorgia Meloni a cercare rifugio e protezione in Europa, addirittura nell’ esclusivo club dei “volenterosi”, fin qui chiaramente sdegnato. Ne’ poteva essere altrimenti. A meno di suicidarsi.
Dunque, una scelta obbligata. Ma anche “dovuta”, perché è – come su queste pagine è già stato osservato in un’altra occasione – ogni governo è “pro tempore” ed a meno che intenda promuovere una sovversione rivoluzionaria di un Paese e dei cardini fondativi del suo ordinamento politico ed istituzionale, non può fare a meno di muoversi nell’ alveo che la storia di quella determinato comunità ha via via tracciato, messo alla prova e consolidato nel tempo.
Poteva realisticamente immaginare la Meloni di scardinare la vocazione europeista del nostro Paese e lasciare che, un po’ per volta, venisse assorbito nella parabola autocratica di Trump e dei suoi mitici “cavalieri” dell’apocalisse digitale, impegnati a trasformare, alla sua ombra, in senso tecnocratico le forme del potere?
Insomma, Biancaneve “la più bella del reame”, constatato che “la diritta via era smarrita”, ritrovatasi sola e raminga nella “selva oscura” delle relazioni internazionali ha dovuto, per forza di cose, trovare ospitalità nella capanna dei 27 nani. Il che, in ogni caso, sta bene nella misura in cui risponde all’ interesse generale della “nazione “. Cosa resta?
Resta la consapevolezza che, finché le geometrie della politica non l’hanno ricondotta alla ragione, Giorgia Meloni – tanto celebrata per quanto concerne il ruolo internazionale che avrebbe assunto – in effetti di suo non ne ha imbroccata una. Classico esempio di ambiguità il sostegno congiunto ad Orban ed Zelenskj. Ha appoggiato il primo difendendo l’unanimità del voto in Consiglio Europeo. Il grimaldello con cui il leader ungherese teneva in scacco l’ Europa impedendole il supporto a Kiev che pur Meloni raccomandava.
Resta una declinazione ideologica che guarda – a prescindere dallo stesso Trump che, tutt’al più, la rafforza – a forme autoritarie del potere, oggi supportate, a maggior ragione, dall’ idea che quanto più la realtà sia complessa, tanto più si debba concentrare e personalizzare il potere nelle mani di una sorta di demiurgo che, a costo di imporlo, ricavi da una inestricabile confusione un qualche nuovo ordine. Giorgia Meloni farebbe un servizio all’ Italia se da tutto ciò traesse la convinzione che sia necessario posizionare la destra che guida su una linea sicuramente conservatrice, ma ad un tempo liberale. Una destra moderna, normale, lontana dalle pose isteriche del sovranismo nazionalista. Senonché, a quanto pare, preferisce persistere in una logica di forzature che si spingono fin sul margine di una seria tensione con il Colle.
Insomma, ha pur sempre bisogno di un “nemico” ed è allora che da’ il meglio di sé. Per questo, probabilmente, non riesce ad uscire da un’ orbita di radicalizzazione. Un po’ perché questo atteggiamento è nelle sue corde, molto anche perché non può scoprire il suo fianco destro all’offensiva di Salvini e di Vannacci. Peraltro, cartina di tornasole del suo atteggiamento è la proposta di legge elettorale avanzata dalla sua maggioranza, costruita ad arte in funzione di una sorta di “premierato” di fatto se non di diritto. Argomento su cui si è detto, ma pur meritevole di essere ripreso a suo tempo.
Domenico Galbiati