Abbiamo un bel dire la diplomazia e la pace… Il mondo ha preso tutt’altra strada. O, più semplicemente, persiste nel cammino di sempre e tutt’al più ne accelera e ne forza il passo, rivelando, a chiare lettere, quella declinazione delle sue dinamiche in termini di forza che ci appare una novità, ma, in fondo, così non è.
Detto altrimenti, Trump è la causa oppure anche il prodotto o, forse, il sismografo di un mondo di per sé disarticolato e brutale che, ovviamente, precede il suo secondo approdo alla Casa Bianca ? Oppure il catalizzatore che fa precipitare in una sorta di “big crunch” le fratture grandi e piccole, le controversie e le mille contraddizioni contorte di un mondo che non si tiene più assieme ? E, per quanto sia macroscopica la sua improntitudine, basta demonizzare Trump per darci conto della fragilità scomposta e sofferta del contesto in cui viviamo ?
Non cerchiamo, invece – pur senza confessarlo a noi stessi, secondo la classica regola dei riti sacrificali -di crearci un diversivo che eviti un po’ a tutti, politica ed altri poteri, società civile, ambienti ed aggregazioni di varia natura di interrogarsi a fondo, in ordine al concorso di ognuno alla triste condizione data ? E’ mai esistito davvero e può esistere un vero “ordine” delle relazioni internazionali, se come tale intendiamo una disposizione equilibrata ed armoniosa di rapporti, che si possano supporre duraturi nel tempo, nella misura in cui appaiono, pur relativamente, “giusti” o, almeno, mediamente soddisfacenti per tutti, sia pure a prezzo dell’ ipocrisia di non cogliere le diseguaglianze gravi ed insanabili che lo abitano ?
Insomma, è arrivato Trump a rompere le uova nel paniere oppure la tensione crescente che vermicolava sotto la pelle di un certo “ordine” in perenne fibrillazione ha raggiunto il punto di rottura ? Se facciamo di Trump il capro espiatorio di una condizione talmente precaria, riusciamo a riguadagnare la nostra innocenza e rabbonire il “demone” della storia ? Quando irrompe un evento nuovo e sorprendente, imprevisto ed improvviso è ovvio attribuirne, nell’ immediatezza, la responsabilità al leder che incarna quel sommovimento. Ed, in effetti, per molti versi è così.
Senza una figura in cui prendano “corpo”, nella fisicità del termine, le ragioni ed i sentimenti che accompagnano quella svolta e ne dia una plastica rappresentazione, può succedere che quel certo movimento non prenda fuoco, non attecchisca e via via si spenga, lasciando solo le ceneri della sua memoria spenta. Ma è altrettanto vero che nessuno è, da sé, in grado di produrre una piccola o grande rivoluzione, se non c’è un terreno predisposto, una condizione che, via via, matura da lontano ed attende la scintilla di quel “carisma che, per quanto talvolta possa apparire occasionale, accenda la fiammata. Talvolta addirittura ad insaputa del soggetto che, per primo, è sorpreso dell’investitura che quel particolare momento storico gli cuce addosso.
Insomma, si deve andare più a fondo. Non basta e non ci conviene demonizzare Trump e fermarci lì. Lo deve fare, in primo luogo, l’Europa. e ciascuno dei paesi membri che concorrono al suo disegno. C’è una faglia più profonda che non siano le “mattane” di Trump, che inevitabilmente sollecita e spinge verso un nuovo rapporto tra le due
sponde dell’ Atlantico. Sarebbe successo anche con un Presidente democratico. Non a caso, peraltro, viene messo in discussione lo stesso concetto di Occidente, secondo l’accezione ampia dei valori e delle culture politiche che tradizionalmente ne disegnano la fisionomia. Infatti, sono queste a divaricarsi in una danza tra democrazie liberali ed autocrazie che allude a ragioni più profonde – e tutte da esplorare – che non siano i personali intendimenti di Trump.
Come già osservato in un’ altra occasione, siamo di fronte ad un mutamento radicale dei “poteri” che dirigono il mondo e delle loro forme declinate secondo sentimenti di onnipotenza che non ammettono limiti. Vale per la tecnica, per l’economia e la finanza, per la stessa comunicazione. E di fronte alle quali, Trump o non Trump, le tradizionali ragioni della “politica” impallidiscono. Insomma, siamo attraversati e sospinti da processi che sfidano il limite delle nostre attitudini consolidate. Non possiamo restare in superficie e non sapremo coglierne la vera natura se ci limitiamo a deprecare Trump.
Domenico Galbiati