Il viaggio di Papa Leone XIV in Francia si è concluso con un messaggio che va ben oltre la cronaca di una visita pastorale. Nelle parole pronunciate a Metz, e soprattutto nella conversazione con i giornalisti sul volo di ritorno, il Pontefice ha affrontato direttamente uno dei nodi politici e culturali dell’Europa contemporanea: la possibile saldatura tra estremismo politico e una certa forma di religiosità.
Leone XIV è stato molto preciso. Ha parlato della crescita dei gruppi di estrema destra e della loro possibile combinazione con «un certo tipo di religione» che, ha osservato, «non rappresenta un’autentica espressione del cristianesimo». E ha indicato immediatamente il criterio con cui misurare l’autenticità cristiana: «i valori del Vangelo», che non sono «l’odio e la divisione», ma «la comprensione, la compassione e l’accompagnamento». È un passaggio destinato a far discutere. Ma soprattutto è un passaggio che obbliga a distinguere il Cristianesimo dalla sua utilizzazione politica.
Dio non può diventare il timbro sacro del nazionalismo
«Dio, Patria e Famiglia» può evocare valori presenti anche nella tradizione cristiana. Il problema nasce quando questi concetti vengono trasformati in una costruzione ideologica fondata sull’esclusione dell’altro, sulla superiorità di un popolo, sulla discriminazione razziale, sulla contrapposizione permanente e, nei casi più estremi, sulla legittimazione della violenza. Il Cristianesimo, invece, parte da un’altra idea dell’uomo.
Il Concilio Vaticano II, nella “Gaudium et spes,” afferma che tutti gli uomini hanno la stessa dignità e considera contraria al disegno di Dio ogni discriminazione fondata, tra l’altro, sulla razza, sul colore, sulla lingua o sulla religione. Lo stesso documento ricorda che la Chiesa non è legata «in modo esclusivo e indissolubile» a nessuna razza o nazione e invita a superare ogni egoismo nazionale e ogni ambizione di supremazia. Ancora più esplicita è la “Nostra Aetate”: «Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini» se rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni di loro.
Il Concilio respinge quindi ogni discriminazione e persecuzione per motivi di razza, colore, condizione sociale o religione. È difficile, dunque, conciliare il cuore di questi insegnamenti con un’idea della nazione concepita come comunità superiore alle altre o con una religione utilizzata per dividere gli uomini in amici e nemici.
La pace non è debolezza: è una scelta cristiana
Il secondo grande asse del messaggio di Leone XIV riguarda la guerra. All’Eliseo il Papa ha ricordato la “Pacem in terris” di Giovanni XXIII e ha riproposto la necessità del disarmo, compreso quello nucleare. Ha quindi affermato una frase di straordinaria chiarezza: «La pace non è un equilibrio di forze, ma si costruisce ogni giorno attraverso il dialogo e la giustizia». A Metz ha poi indicato il diritto internazionale e il multilateralismo come strumenti contro la volontà di dominio e ha invitato l’Europa a non cedere all’«illusione del riarmo», privilegiando negoziato e capacità di sacrificare alcune posizioni per il bene superiore della pace. Non è una novità nella storia recente della Chiesa. Giovanni XXIII, nella “Pacem in terris”, denunciava la logica della corsa agli armamenti e sosteneva che la pace non può essere costruita semplicemente sull’equilibrio delle armi, ma sulla fiducia reciproca, sulla ragione, sulla giustizia e sulla solidarietà.
È precisamente quella che potremmo definire la filosofia della pace del Concilio Vaticano II: la pace non come semplice assenza della guerra, ma come costruzione di un ordine fondato sulla dignità della persona, sui diritti, sulla giustizia, sulla cooperazione tra i popoli e sul rifiuto dell’odio.
Il Vangelo contro la cultura del nemico
È questo, in fondo, il punto politico e culturale più importante delle parole di Leone XIV. La Chiesa non chiede ai cristiani di rinunciare alla patria, alla famiglia o all’identità culturale. Chiede piuttosto di non trasformare queste realtà in idoli, né di utilizzarle per negare la dignità degli altri.
A Parigi, all’UNESCO, Leone XIV ha parlato della necessità di una «sola, comune natura umana» e ha ricordato che le differenze non devono diventare necessariamente una minaccia. A Metz, davanti ai rappresentanti delle diverse religioni, ha aggiunto che invocare Dio per legittimare violenza o oppressione significa profanare il nome di Dio. Ecco allora la vera linea di demarcazione. Non tra destra e sinistra, né tra credenti e non credenti, ma tra una religione che mette al centro la persona e una religione trasformata in strumento di contrapposizione.Il Cristianesimo può certamente dialogare con la patria, con la famiglia, con la storia e con l’identità dei popoli. Ma il Vangelo non conosce popoli chiamati a dominare altri popoli, razze superiori, odio elevato a virtù, guerra celebrata come destino inevitabile.
Per questo il monito di Leone XIV non è soltanto rivolto all’estrema destra. È rivolto a chiunque tenti di utilizzare Dio per giustificare la divisione. Perché, nel Cristianesimo, la patria può essere amata, la famiglia custodita e l’identità valorizzata. Ma Dio non può diventare il nome con cui si benedicono l’odio, il razzismo, la violenza e, soprattutto, la guerra.
Michele Rutigliano