Partendo da Ernesto Maria Ruffini e dal lancio ufficiale del suo Più Uno, si ripropone un tema ormai diventato storico — e cronico — per il sistema politico italiano: quello del “centro”.

Termine abusato ed usurato. Una sorta di talismano, un passe-partout che fa un po’ il paio con quello di liberale. Chi è contro la libertà? Eppure esistono decine di interpretazioni di liberale. Quella intesa, ad esempio, dai popolari di Sturzo e di Giuseppe Donati era certamente diversa — mi si scusi la scivolata d’ali — dal berlusconismo accolto nel PPE e oggi rappresentato dalla Forza Italia residuale guidata da Antonio Tajani o da “Noi moderati” di Maurizio Lupi. Per non parlare poi dei tanti liberali che popolano le infinite contrade della nostra politica e della comunicazione.

E così vale per il “centro”. Un’etichetta che, assieme, dà il senso di un’aspirazione, di una suggestione e di un intento politico che nel corso del tempo ne ha germinato altre: i “centristi” o il centro-sinistra e il centro-destra. Ma con queste due ultime che, nel passare delle stagioni, hanno invertito i due sostantivi e il “centro” è scivolato, in entrambi i casi, in seconda posizione.

Tutto frutto del bipolarismo che, da un lato, radicalizza la contrapposizione e, dall’altro, costringe all’ambigua ricerca del voto da parte dell’elettorato meno radicale. Si tratta di una ricerca che ripropone un altro termine ambiguo e fuorviante quale è quello di moderato, cui è tanto affezionato il già citato Lupi.

Ora, noi eravamo stati fortemente richiamati dall’arrivo sulla scena di Ernesto Maria Ruffini. Non a caso: viene dallo stesso nostro mondo, al punto che sostanza e linguaggio ce lo fanno sentire in perfetta consonanza. Ma anche perché la sua esperienza alla guida dell’Agenzia delle Entrate faceva — e fa ancora — ritenere che finalmente possa arrivare qualcuno con la competenza adeguata per far ritrovare alla politica e alla società italiana tutta il senso della Giustizia sociale. I cui antefatti non possono che essere definiti preliminarmente nella riorganizzazione di un Fisco più equo e in una redistribuzione della ricchezza. Cui andrebbe aggiunta una riscrittura ragionevole e logica delle voci che formano la Spesa pubblica.

Avevamo inteso che Ruffini volesse sviluppare tutto ciò all’interno di una precisa linea di opposizione alla destra — cosa su cui ci trova del tutto vicini — e di una contemporanea alterità rispetto alla sinistra. Perché, come abbiamo sempre detto, una nuova posizione centrale non può che imporsi come azione di autentica trasformazione, in grado di superare quel cappio rappresentato per la democrazia italiana dalla scelta, secca e forzata, tra destra e sinistra.

E c’è comunque da chiedersi se la necessaria battaglia contro questa estrema destra debba essere concepita esclusivamente all’interno della attuale “area progressista” che, però, non fa i conti né con il passato né con il futuro. E, ad oggi, si presenta — come del resto è per entrambi gli schieramenti — più come una congrega elettorale che come un campo effettivamente largo, coerente e conseguente. Cioè una autentica coalizione che è cosa diversa rispetto ad un assemblaggio elettorale.  Solo il rispetto delle distinzioni e la valorizzazione delle specificità sono in grado di assicurare un solido baricentro politico e sociale necessario al Paese nella stagione particolare di incertezze che viviamo, dentro e al di fuori dei nostri confini. L’Italia è rinata nel Secondo dopoguerra così e a quello spirito di coalizione, che ha permeato il Paese fino all’avvento del bipolarismo che abbiamo sperimentato, si devono i progressi compiuti ed oggi sostanzialmente vanificati.

Non sappiamo se Elly Schlein sia in grado di fare quei conti e, persino, se li voglia fare: operando per fare uscire il PD e l’intera sinistra dal banco di sabbia su cui  si sono arenate divenendo una entità politica “radicale di massa”. E non basta sostenere quanto si è lontani dalla cultura del “woke” o partecipare ad un incontro presso l’Istituto Sturzo. Neppure siamo in grado di valutare quanto esista la consapevolezza della necessità di porsi, invece, il problema dell’esistenza, all’interno del caleidoscopio della società civile, di una realtà davvero molto ampia, ancorché senza voce politica e non registrata né dai sondaggi né dalle urne, visto che arricchisce le schiere dell’astensionismo. Non basta pensare al proprio “campo”, largo o progressista che sia.

E allora, ci chiediamo — e chiediamo a Ruffini, ma anche ai tanti che si interrogano sul “centro”, sulla sua sostanza e sulla sua collocazione — se la battaglia vera non debba essere sviluppata lungo una linea realmente autonoma e alternativa. Puntando ad  un passaggio oltre l’attuale forma democratica che continua ad essere bloccata da una sterile contrapposizione bipolare che non fa bene al Paese.

Ruffini stesso dice di non volersi porre “al centro” in senso geometrico. Ha detto: “Sono rimasto affezionato alla stagione dell’Ulivo, sono cresciuto in quegli anni dove il centro aveva trovato la sua ragione d’essere nell’alleanza con la sinistra”. Ed aggiunge che Più Uno non vuole essere una “stampella” del PD.

Appunto. Se è così, allora il problema non è aggiungere un +1 al “campo largo” per trasformarlo in campo “aperto”. Il punto è capire se questo +1 possa davvero contribuire a rompere la gabbia del bipolarismo, aprendo spazi nuovi di dialogo e di convergenza. Altrimenti il “centro” rischia di restare quello che è stato negli ultimi trent’anni: un talismano evocato per non scegliere, un’etichetta buona per ogni stagione e che finisce sempre per farsi trainare a destra o a sinistra.

La trasformazione di cui l’Italia ha bisogno — fiscale, sociale, democratica — non nasce da un generico “centro” inteso come interposizione tra i due blocchi contrapposti, ma neppure se concepito in un ambito subalterno all’interno di uno di quei due blocchi. Nasce da una posizione autonoma che, in ogni caso, sappia ragionare in termini di coalizione. Una posizione nella quale ciascuno possa entrare spiegando le proprie vele, senza che su di esse ci sia l’imposizione del marchio di un unico sponsor.

E’ su questi punti che, prima di prendere decisioni irrevocabili, un confronto costruttivo sarebbe auspicabile in questo mare di incertezze -non ultimo quello legato al varo della nuova Legge elettorale – in cui ci fa trovare una politica sostanzialmente fatta di logiche di schieramento e da dichiarazioni continuamente ed esclusivamente elettorali.

Giancarlo Infante

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