Il rapporto difficile tra cittadino e fisco

C’è qualcosa di profondamente italiano in certe notizie che periodicamente tornano sui giornali: il commerciante che dichiara un reddito molto basso, il professionista che sembra guadagnare meno del proprio dipendente, il gioielliere che sulla carta vive peggio del fruttivendolo. Sono anomalie che fanno sorridere amaramente. Ma dietro quel sorriso c’è uno dei problemi più seri della nostra Repubblica: il rapporto difficile, spesso patologico, tra cittadino, fisco e Stato. Prima di parlare dell’Italia di oggi, occorre ricordare che l’evasione fiscale non è nata con questo o quel Governo. È un fenomeno antico, radicato nella storia del Paese.

Dal 1861 in poi i condoni sono stati più di ottanta: una successione di sanatorie che, pur rispondendo spesso a esigenze contingenti di finanza pubblica, ha finito per alimentare nel tempo l’idea che il rapporto con il fisco potesse essere periodicamente “aggiustato”. Negli anni Settanta la grande riforma tributaria tentò di costruire un sistema moderno e più organico. Ma proprio da allora emerse con maggiore evidenza il divario tra l’Italia dei lavoratori dipendenti, facilmente controllabili attraverso la busta paga, e quella di una parte del lavoro autonomo e delle attività economiche caratterizzate da maggiore possibilità di occultare redditi e ricavi. Il fisco non è solo una questione di numeri, ma di cultura civile. Oggi bisogna però evitare una semplificazione: dire che “un italiano su tre non dichiara nulla” non significa che un terzo degli italiani sia evasore.

Le statistiche fiscali comprendono anche persone con redditi molto bassi o con imposta netta azzerata da detrazioni e altre regole del sistema tributario. Il problema vero è misurato dal tax gap: per il 2023 la propensione all’evasione fiscale è stata stimata intorno al 17,3% dell’imposta potenzialmente dovuta. E tuttavia i numeri raccontano anche una contraddizione. Il recupero dell’evasione è aumentato: 33,4 miliardi nel 2024 e 36,2 miliardi nel 2025, secondo i dati ufficiali delle Agenzie fiscali. Ma recuperare sempre più evasione non significa avere già debellato il fenomeno. Significa, piuttosto, che una parte maggiore di ciò che era sfuggito viene intercettata. Ed è qui che la questione diventa culturale.

In Italia per troppo tempo l’evasore è stato considerato da una parte dell’opinione pubblica non come colui che sottrae risorse alla collettività, ma come uno che “si arrangia”. Una mentalità pericolosa, perché trasforma una violazione della legge in una presunta furbizia nazionale.

Il sommerso e le morti sul lavoro

Il secondo problema è l’economia sommersa. L’ultimo dato strutturale disponibile dell’Istat riguarda il 2023: l’economia non osservata valeva 217,5 miliardi di euro, pari al 10,2% del Pil. Di questi, quasi 198 miliardi erano riconducibili al sommerso vero e proprio. Le unità di lavoro irregolari erano 3,132 milioni. Rispetto al 2022, il valore aggiunto del lavoro irregolare è cresciuto dell’11,3%. Sono numeri enormi. E spiegano perché evasione e sommerso non siano due fenomeni separati: si alimentano reciprocamente attraverso lavoro nero, sotto‑dichiarazione dei ricavi, pagamenti non tracciati, rapporti di lavoro irregolari e concorrenza sleale verso le imprese che rispettano le regole.

C’è poi la terza emergenza: la sicurezza sul lavoro. Anche qui occorre guardare i numeri senza propaganda. Nel 2023 gli infortuni denunciati all’Inail furono oltre 590 mila e i casi mortali 1.147. Nel 2024 gli infortuni dei lavoratori sono scesi a circa 515 mila, mentre i casi mortali denunciati tra i lavoratori sono stati 1.189 nella rilevazione consolidata dell’Inail. E il 2025 non ha segnato una svolta definitiva: le denunce di infortunio sono salite a 597.710 e quelle con esito mortale a 1.093, dato ancora provvisorio.

La sfida culturale e civile

Ecco allora il punto politico e civile. Non basta approvare nuove norme, aumentare i controlli o annunciare nuovi strumenti. Occorre costruire un sistema nel quale pagare le tasse, assumere regolarmente e rispettare la sicurezza non siano percepiti come un handicap competitivo. Evasione fiscale, economia sommersa e insicurezza del lavoro sono infatti tre facce della stessa fragilità: quella di un Paese nel quale una parte dell’economia vive ancora ai margini delle regole. La vera sfida per questo Governo, come per quelli che lo hanno preceduto, non è dunque soltanto recuperare qualche miliardo in più. È cambiare una cultura. Perché quando l’illegalità diventa normalità, il problema non è più soltanto quanto perde lo Stato. È quanto perde, ogni giorno, il senso stesso di comunità e, soprattutto, di civiltà.

Michele Rutigliano

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