Il match sul ring della storia

Xi Jinping e Donald Trump sembrano due pugili che, doloranti e quasi esausti, in mezzo al ring si trattengono reciprocamente i guantoni per concedersi, l’un l’altro, un attimo di sosta e riprendere fiato, a dispetto dell’arbitro che li separa e li invita a riprendere il combattimento. Quasi che dalla comune fatica, a un tratto, emergesse un momento di empatia e ciascuno dei due si riconoscesse nella sofferenza inferta all’altro.

Non si incontravano di persona da dieci anni o giù di lì, e può essere che si tratti del loro ultimo appuntamento. L’incarico presidenziale scade per entrambi nel 2029, ma mentre a Pechino pare si stia armeggiando per concedere a Xi il quinto mandato, l’attuale inquilino, per quanto si dica voglia provarci, non riuscirà a protrarre la sua residenza alla Casa Bianca. Quindi, per quanto concerne il rapporto con la storia del proprio Paese, i due lavorano, in prospettiva, su scale temporali molto differenti, e questo può diventare un problema per il delicato ricamo di relazioni internazionali che va, anzitutto, rammendato, ma fin d’ora sostituendo al vecchio un nuovo disegno.

Xi ha il tempo necessario per continuare a tessere la sua tela di ragno, secondo una strategia morbida e avvolgente che già da secoli appartiene all’inveterato costume diplomatico cinese. Trump, determinato a lasciare un segno indelebile nella storia, rischia di cedere, a maggior ragione, a un’impulsività che, secondo taluni, sembra fatta apposta per sorprendere e disorientare l’interlocutore, ma in realtà risponde, anche a giudicare dagli scarsi risultati, a un’improvvisazione cieca e presuntuosa, niente affatto strategica e neppure brillante sul piano nudo e crudo della tattica. Si tratta di un match in cui non conta solo la forza bruta, ma anche il “mestiere” del pugile: l’esperienza accumulata, la postura difensiva, la capacità di incassare i colpi e di soffrire senza lamento, la resilienza, l’intelligenza necessaria a capire quale sia il momento‑clou in cui sferrare la botta decisiva, le finte necessarie per mandare a vuoto i colpi dell’avversario. Insomma, non è solo questione di muscoli, ma anche, soprattutto, di cervello e di nervi. E se Trump può prevalere su un piano, il leader cinese è molto più attrezzato sull’altro.

Due mondi, due culture

Nelle nostre analisi ci lasciamo prendere la mano dallo stato di fatto, dall’ordine delle cose così come si presentano al momento, e mai ricordiamo che, in effetti, nella figura dei leader che lo incarnano in quel particolare frangente, ci sono due popoli, due storie, due culture differenti, due posture, ad ognuna delle quali riesce difficile ricondurre le ragioni dell’altro al metro delle proprie. Lo aveva compreso molto bene Henry Kissinger quando, a fianco di Nixon — prendendo le mosse da molto lontano, secondo la strategia che fu detta del “ping‑pong”, pratica sportiva di cui i cinesi sono insuperabili maestri — preparò l’avvicinamento di due Paesi, anzi di due mondi. Uno dei quali — l’America — pur gonfia di potenza guardava all’altro, fin da allora, con il timore di esserne insidiata, quasi mossa da un’ansia di prestazione da far valere, attraverso l’immensa distesa del Pacifico, navigando a sua volta a occidente, verso le Indie cui già mirava Cristoforo Colombo, fin sulle sponde del continente asiatico. L’altro — la Cina — convinta di vantare un superiore standard di cultura e di civiltà, stava e sta in confuciana attesa che l’altro mondo, quello dei barbari che stanno a occidente, senza alcun dubbio e nel tempo debito, si rechi a Pechino per baciare la pantofola all’imperatore di turno.

Per i cinesi, coltivare una pretesa egemonica sul resto del mondo non è solo un progetto imperialista, quanto il naturale e necessario portato di una superiorità in cui credono davvero. Nel decorso della loro storia, in particolare quando le vaporiere inglesi e francesi hanno cominciato ad affacciarsi ai loro porti, hanno dimostrato di saper battere la forza delle armi con l’arte della diplomazia. Hanno saputo vincere, nel tempo lungo, evitando scontri armati con spedizioni militari tecnologicamente superiori, ritraendosi nei loro territori per riguadagnarli, dopo aver indotto i potenziali invasori a combattersi l’un l’altro.

Equilibrio e transizione

Entrambi sanno di non poter vincere per k.o. e quindi devono distribuire attentamente le loro forze sulle quindici riprese per arrivare a un certo approdo dello scontro, almeno reggendosi, ognuno dei due, sulle proprie gambe, in attesa di una rivincita che, al momento giusto, non potrà mancare. Interpretano, infatti, una partita che dà conto di una precarietà cui neppure le potenze maggiori possono sottrarsi, nella transizione da un ordine delle relazioni internazionali a un altro che, faticosamente, passando attraverso conflitti sanguinosi, privi di una bussola, senza il filo d’Arianna di una filosofia della storia, andiamo cercando a tentoni, senza sapere dove approderemo.

Trump e Xi Jinping sembrano attratti dalla faticosa ricerca di un punto di equilibrio, di un difficile, incerto crinale dove la competizione non può fare a meno di incrociare le pur necessarie linee di cooperazione. Impegnati, infatti — e qui congiuntamente, scambiandosi le necessarie reciproche garanzie — a stabilire, se appena possibile, una bilanciata egemonia sul resto del mondo. Insomma, hanno, in buona misura, l’uno bisogno dell’altro per alimentare e motivare alla competizione i rispettivi sistemi sociali che corrono a una incollatura l’uno dall’altro, ma pur sempre attenti a non superare, anche sul piano delle rispettive aree territoriali di influenza, un fatale punto di non ritorno.

Va anche considerato come abbiano alle spalle sistemi politico‑sociali differenti. Xi Jinping guida un “capitalismo di Stato” che, al momento, ancora garantisce ordine, stabilità, produttività programmata, ma anche consumi interni limitati e quindi forte dipendenza dai mercati esteri su cui distribuire il surplus di produzione, a rischio che la catena che regge la funzionalità scorrevole del sistema possa incepparsi. Nel tempo medio‑lungo, il regime autoritario finirà però per diventare il rischioso punto di caduta di un sistema che, inevitabilmente, con l’incremento dei consumi e del benessere, vedrà crescere una domanda di diritti e di libertà, infine, per forza di cose, conflittuale con le posture ossificate di un dirigismo ferreo.

Dall’altra parte, la democrazia — qualunque cosa ne pensino i nuovi poteri della finanza, della tecnica e della comunicazione — conferisce all’America un importante vantaggio competitivo, che dall’uomo incolto che è Trump rischia di dissipare, suggestionato dalle forze di cui sopra e dal fascino che sembra esercitare su di lui la piena disponibilità di potere di cui gode il suo interlocutore di Pechino, senza i vincoli costituzionali e i contrappesi cui, al contrario, lui si sente condannato.

Domenico Galbiati

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