Lo sciame sismico con epicentro a Parigi ha provocato forti scosse che si sono propagate lungo tutto il Paese. Martedì 6 ottobre erano tra i 900 e i 1.800 circa gli istituti coinvolti nelle proteste, secondo le cifre rispettive del Ministero dell’Interno e dei sindacati. Il Ministero dell’Interno contava 266.000 persone, di cui 55.000 solo a Parigi. Ai liceali si sono aggiunti non solo gli studenti universitari (prevalentemente delle università pubbliche), ma anche professori e genitori. Alle rimostranze dei giovani, il governo francese ha reagito trattando le manifestazioni come una questione di ordine pubblico, ed è stato fortemente criticato dai membri dell’opposizione per non aver, invece, aperto vie di dialogo e ascoltato le richieste della prossima generazione. Il risultato è che ci sono stati episodi di violenza molto gravi nel corso degli ultimi giorni. Centinaia i feriti tra le forze dell’ordine e i giovani. Hanno fatto, comprensibilmente, scalpore tre casi in particolare di liceali che sono stati mutilati durante interventi della polizia. Particolarmente scioccante il video di un poliziotto che, a bruciapelo, spara con un lanciatore una granata lacrimogena colpendo un quattordicenne al volto. Doppia frattura della mandibola. Il ragazzo ha perso tutti i denti inferiori e quelli superiori sono tutti spaccati. Dovrà sottoporsi a molteplici operazioni e per adesso può mangiare solo usando una cannuccia. Secondo la famiglia, che riporta ciò che è stato detto dai medici, il quattordicenne potrebbe necessitare dai quattro ai cinque anni per recuperare completamente l’uso della bocca. Un altro ragazzo ha perso un occhio dopo che la polizia gli ha sparato con un proiettile di gomma. Il caso più agghiacciante: un ragazzo ha perso una mano a causa di una granata lanciata dalla polizia.
Le richieste degli studenti e il parallelo con l’Italia
Le richieste dei ragazzi, in alcuni casi, ricordano le problematiche che affliggono le prigioni italiane — con ironia. Anche le nostre scuole riscontrano problemi simili: sovraffollamento (fino a 35‑40 alunni per classe in alcuni casi), infrastrutture lasciate al degrado, isolamento termico inesistente (si muore dal caldo d’estate e dal freddo d’inverno), con professori che si portano ventilatori da casa per far respirare un po’ gli studenti. Nei quartieri più poveri non c’è carta igienica nei bagni e, nei casi più allucinanti, mancano i banchi per gli studenti. Addirittura, in alcuni istituti, se una professoressa è in maternità, gli studenti rimangono senza professore per sei mesi. Durante la conferenza stampa del 7 ottobre, la sera prima della protesta organizzata da studenti e sindacati e prevista per l’8 ottobre, il primo ministro Sébastien Lecornu ha detto che cercherà una via di dialogo con gli studenti, smentendo che alla polizia sia stato dato il via libera per rispondere alle proteste degli studenti con la violenza. Intanto, il circo mediatico e il governo hanno accusato il partito di sinistra La France Insoumise di alimentare le tensioni. Molti rappresentanti di LFI, tra cui il leader del partito Jean‑Luc Mélenchon e il sindaco di Saint‑Denis Bally Bagayoko, hanno tentato di amplificare le richieste degli studenti. In molti casi si sono addirittura posti fra la polizia e gli studenti, come tra l’altro hanno fatto anche molti genitori e i sindacati.
La dimensione politica e sociale della protesta
C’è quindi un motivo preciso per il quale LFI appare come l’unico partito dalla parte degli studenti (e i ragazzi se ne sono accorti). Le richieste degli studenti — più insegnanti, classi meno affollate, edifici scolastici in condizioni migliori, più risorse — sono in larga parte rivendicazioni di finanziamento pubblico. Ed è esattamente su questo terreno che LFI si distingue più nettamente dal governo e dal Rassemblement National (come abbiamo visto la settimana scorsa). Il loro programma, infatti, rifiuta le politiche di austerità, e anzi ne contesta il presupposto: più spesa pubblica per l’istruzione (in questo caso) finanziata attraverso una redistribuzione fiscale molto ampia. Quello che accade questi giorni in Francia altro non è che la reazione di un popolo all’austerità. Ed è particolarmente interessante che, per capirlo, bisogna fare un salto indietro di qualche settimana, perché sebbene oggi si parli solo degli studenti, quasi infantilizzando non solo le loro richieste ma anche le problematiche che vivono, furono proprio le forze dell’ordine ad accendere la miccia di quella che è diventata una rentrée esplosiva.
Edoardo Matteo Infante