Quando si parla di sfruttamento del lavoro minorile, il pensiero va spesso a Paesi lontani. Il fenomeno, sommerso e pressoché invisibile, di ragazzi e ragazze che lavorano al di sotto dell’età legale consentita – in Italia 16 anni – riguarda anche la Penisola. Certe caratteristiche permangono, dalle mansioni domestiche all’impiego nei campi, mentre ci si aggiorna al tempo del digitale, con la creazione di contenuti per i social network o la compravendita online di prodotti, dalle scarpe agli smartphone. Esperienze che mettono a repentaglio il benessere psicofisico dei più giovani e i loro percorsi educativi, come ha evidenziato nella sua indagine sul lavoro minorile in Italia Save the Children, “Non è un gioco”.

Alcuni dati

Il 6,8% dei minori tra i 7 e i 15 anni ha lavorato, stima la ricerca risalente al 2023. In numeri assoluti, 336mila bambini e adolescenti hanno sottratto tempo allo studio, al gioco, alla compagnia dei loro coetanei e al riposo. La responsabile del dipartimento di analisi e ricerca di Save the Children Italia Antonella Inverno, raggiunta per la Giornata internazionale contro il lavoro minorile, illustra gli ambiti di impiego: “Abbiamo considerato quelle attività che si protraggono nel tempo e con una certa regolarità, in agricoltura, nelle attività a conduzione familiare, nei servizi, come la ristorazione, e nella cura di un parente e nello svolgimento delle mansioni domestiche – in particolare le ragazze”. Più di uno su quattro tra i 14-15enni ha svolto compiti dannosi per la propria salute e istruzione.

La nuova “frontiera”: l’online

Influencer e content creator sono alcune delle parole entrate nel lessico comune negli ultimi anni, con la pervasività dei social network. La novità della recente indagine di Save the Children rispetto alla precedente, che risaliva al 2013, è il focus sulle nuove forme di lavoro minorile che avvengono online e coinvolgerebbero il 5,7% dei giovanissimi. “Se facessimo un nuovo approfondimento, probabilmente questa percentuale sarebbe più alta, è un campo ancora poco conosciuto”, commenta Inverno. Le principali “attività” sono la produzione di contenuti per le piattaforme e il reselling, “in contesti non idonei alla loro età e in mercati non sempre regolari, con rischi legati alla privacy e alla gestione dei loro diritti”, prosegue, “senza dimenticare l’impatto sullo studio e sulla scuola, dato che i ragazzi passano molte ore connessi sui dispositivi”.

L’impatto sull’istruzione

Lo sfruttamento del lavoro minorile incide sui percorsi scolastici. Tra gli intervistati nel rapporto, quasi il 5% ha saltato le lezioni per lavorare, per il 40% l’attività compromette lo studio e la percentuale di bocciati alla scuola secondaria è quasi doppia tra chi ha lavorato prima dei 16 anni. Uno degli effetti può essere la dispersione scolastica implicita, ovvero conseguire il diploma senza però aver raggiunto i livelli di competenze previsti. La conseguenza rischia di essere “l’inserimento in un percorso di lavori a bassa qualificati e a scarsa retribuzione per tutta la vita”, osserva Inverno, “perché ci sono ragazze e ragazzi che lasciano la scuola e restano incastrati in situazioni di sfruttamento più o meno velato anche in età adulta”.

La cura dei bisogni

Save the Children propone tre azioni per contrastare il lavoro minorile in Italia. Un’indagine conoscitiva nazionale sul fenomeno, un rafforzamento dei controlli e dei piani di intervento territoriali che si facciano carico delle condizioni socio-economiche più difficili, anche in ottica di prevenzione. “Serve un intervento di carattere sociale che si curi dei bisogni del minorenne trovato a lavorare e della sua famiglia, altrimenti potrebbe limitarsi a cercare un altro impiego”, spiega Inverno, “per questo chiediamo piani territoriali dove gli enti competenti valutino quali azioni compiere e soprattutto che servizi, scuola, ispettorati del lavoro e realtà del privato sociale si uniscano in una rete che intercetta il minore che lavora illegalmente e gli assicuri condizioni di vita che non lo portino a essere nuovamente sfruttato”.

Lorenzo Cipolla

Pubblicato su www.interris.it

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