Se si vuole capire chi siano davvero gli Houthi, conviene partire da un equivoco: non sono semplicemente «i ribelli sciiti dello Yemen», né un corpo estraneo calato dall’Iran sulla penisola arabica. Sono, prima di tutto, il prodotto di una storia yemenita antica e tormentata, nella quale religione, appartenenza tribale, eredità coloniali, marginalizzazione regionale, guerra fredda, nazionalismo pan – arabo e lotta per il potere si sono intrecciate fino a diventare quasi indistinguibili. Solo in un secondo momento ed in tempi più recenti il movimento è diventato anche uno degli strumenti attraverso cui si misura la competizione fra Iran, Arabia Saudita, Stati Uniti e Israele.
Gli Houthi prendono il nome dalla famiglia di Hussein al-Houthi e si chiamano formalmente Ansar Allah, «i sostenitori di Dio». Le loro radici affondano nello zaydismo, una corrente dello sciismoche per secoli ha avuto un ruolo centrale nello Yemen settentrionale. Questo scisma fu introdotto nell’ 897 da Zaid ibn Ali Hussain che si riteneva discendente del califfo Alì e vi insediò la sua dinastia a San’a. Questa dottrina col tempo è diventata religione di stato nello Yemen, tanto che oggi circa metà della popolazione può dirsi zaydita. Lo zaydismo yemenita, tuttavia, non coincide semplicemente con lo sciismo iraniano: ha una propria tradizione teologica e politica e, storicamente, ha governato una parte dello Yemen attraverso l’istituzione dell’imamato.
Questa precisazione è importante perché la storia moderna dello Yemen nasce anche dalla frattura provocata dalla fine di quell’ordine. Nel 1962 una rivoluzione di stampo nasseriano rovesciò l’imamato e diede vita alla Repubblica Araba dello Yemen con capitale San’a. Ne seguì una guerra civile lunga e sanguinosa, nella quale intervennero anche l’Arabia Saudita e l’Egitto di Nasser. La repubblica finì per prevalere, ma la trasformazione lasciò dietro di sé una regione settentrionale — soprattutto la provincia di Saada — che molti suoi abitanti percepivano come progressivamente marginalizzata dal potere centrale di Sana’a.
È qui che, negli anni Novanta, quando la Repubblica Araba dello Yemen si unisce con la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen per creare un’unica Repubblica. comincia la storia propriamente houthi.
Da movimento religioso a forza armata:Il primo nucleo del movimento non nasce come esercito. È una forma di rinascita religiosa e culturale zaydita, maturata in un ambiente nel quale la diffusione di correnti salafite, sostenute anche dall’esterno, veniva percepita da molti zayditi come una minaccia alla propria tradizione. Hussein al-Houthi trasforma progressivamente questa mobilitazione religiosa in un movimento politico sempre più apertamente ostile al presidente Ali Abdullah Saleh e alla sua concezione del potere che si delineava sempre più autoritaria e con tendenze dinastiche.
Il passaggio decisivo arriva nei primi anni Duemila. Dopo l’invasione americana dell’Iraq del 2003, la retorica di al-Houthi diventa fortemente antiamericana e antiisraeliana. Le tensioni con il governo di Saleh sfociano nella guerra: tra il 2004 e il 2010 vengono combattute sei guerre nella regione di Saada. Hussein al-Houthi viene ucciso nel 2004, ma il movimento sopravvive e, sotto la guida della famiglia, si trasforma in una forza militare sempre più organizzata.
È una delle ironie della storia yemenita che gli Houthi, inizialmente nemici di Saleh, finiscano poi per allearsi con lui. Quando, nel contesto delle primavere arabe, le proteste del 2011 rovesciano il vecchio equilibrio politico, Saleh lascia formalmente la presidenza ma continua a conservare una rete di potere. Nel frattempo gli Houthi approfittando della debolezza dello Stato, dell’incertezza della transizione e delle divisioni fra i loro avversari. Nel 2014 entrano a Sana’a e conquistano la capitale. L’anno successivo l’Arabia Saudita, il cui primo intervento nello Yemen ebbe luogo nel lontano 1934, si mosse militarmente per impedire che gli Houthi consolidino il controllo del Paese.
Da quel momento la guerra yemenita diventa qualcosa di più di una guerra civile.
Lo Yemen diventa il teatro di una guerra regionale: l‘intervento saudita trasforma il conflitto in una partita regionale che in un modo o in un altro finirà con il coinvolgere l’intero vicinato. Da una parte gli Houthi; dall’altra il Governo internazionalmente riconosciuto e una composita galassia di forze yemenite sostenute, in forme diverse, da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Nel frattempo cresce l’assistenza iraniana agli Houthi, soprattutto sul piano militare e tecnologico.
Ma anche qui occorre evitare una semplificazione frequente: gli Houthi non sono semplicemente «l’Iran in Yemen». Il movimento possiede una propria storia, una propria base sociale, proprie ambizioni e una radicata struttura territoriale. Inseritosi in queste rivalità locali, l’Iran ne ha accresciuto considerevolmente le capacità militari, ma non ha creato dal nulla il movimento. È più corretto parlare di un’alleanza nella quale interessi yemeniti e strategia regionale iraniana si sono progressivamente sovrapposti. Gli Houthi quindi stanno combattendo non come pedina dell’Iran, ma come attori di un conflitto nazionale alimentate da dinamiche locali.
Ed è proprio questa evoluzione che spiega la loro trasformazione: da movimento settario e regionale a potere politico-militare che controlla Sana’a e gran parte dello Yemen nord-occidentale, cioè la zona nella quale vive una larga parte della popolazione del Paese. Nel 2026 il conflitto rimane irrisolto e le linee di controllo, pur avendo conosciuto nuove tensioni, continuano a riflettere questa divisione territoriale.
Ma allora che cosa vogliono davvero?: Qui la questione diventa più interessante, perché la risposta non è semplicemente «conquistare lo Yemen».
Gli Houthi non hanno storicamente formulato un progetto limpido e immutabile paragonabile, per esempio, a quello di un movimento separatista che voglia creare un proprio Stato. Il loro obiettivo politico fondamentale è acquisire e conservare il potere nello Yemen, imponendosi come uno dei — e potenzialmente il principale — centri di sovranità del Paese.
Il movimento ha progressivamente costruito una propria amministrazione, apparati di sicurezza, sistema fiscale e istituzioni politiche. La sua ideologia combina elementi dello zaydismo, nazionalismo yemenita, opposizione all’influenza americana e israeliana e una concezione del potere fortemente legata alla leadership del movimento. Alcuni studiosi hanno inoltre sottolineato la persistente importanza, nell’ideologia houthi, del ruolo delle famiglie sayyid — quelle che rivendicano discendenza dal profeta Maometto — nella gerarchia politica e religiosa.
Il punto, dunque, non è tanto la restaurazione pura e semplice dell’antico imamato — sarebbe una lettura troppo schematica — quanto la costruzione di un ordine politico nel quale gli Houthi abbiano una posizione dominante e nella quale la tradizione politico-religiosa zaydita recuperi un ruolo che la repubblica aveva progressivamente marginalizzato.
E qui emerge la loro ambivalenza. Nei documenti politici ufficiali il movimento ha talvolta parlato di uno Yemen repubblicano e moderno; nella pratica, tuttavia, il suo governo è diventato fortemente centralizzato, con una significativa concentrazione del potere nelle strutture houthi. Gli studiosi discutono quindi se l’obiettivo ultimo sia una forma di egemonia nazionale, un sistema politico zaydita rinnovato o una trasformazione più profonda dello Stato yemenita.
Il significato del Mar Rosso: da qualche anno c’è poi un secondo livello, che ha modificato la percezione internazionale degli Houthi.
La posizione geografica dello Yemen è straordinaria: il Paese guarda sul Mar Rosso e, attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb, controlla uno dei passaggi marittimi più importanti fra Oceano Indiano, Medio Oriente ed Europa. A partire dalla guerra di Gaza del 2023, innescata dalla barbarica ed omicida incursione di Hamas in territorio israeliano del 7 Ottobre, gli Houthi hanno iniziato ad attaccare navi nel Mar Rosso e a lanciare missili e droni verso Israele, presentando queste operazioni come parte della guerra contro Israele e a sostegno dei palestinesi. Il risultato è stato che una forza nata nelle montagne di Saada è diventata improvvisamente capace di incidere sulla navigazione commerciale internazionale.
Questo ha ampliato enormemente il valore strategico del movimento. Per l’Iran, gli Houthi rappresentano un alleato capace di esercitare pressione su Israele, sull’Arabia Saudita e sulle rotte marittime senza che Teheran debba necessariamente intervenire direttamente. Per gli Houthi, allo stesso tempo, la dimensione regionale offre qualcosa di prezioso: leva politica. Un movimento che prima combatteva essenzialmente per il controllo dello Yemen può ora presentarsi come protagonista di una più vasta «resistenza» regionale.
Il punto finale: se si guarda alla loro storia con una certa distanza, gli Houthi appaiono dunque meno come un’anomalia e più come l’ultimo capitolo della lunga crisi dello Stato yemenita che ancora attende di esser scritta.
Lo Yemen moderno è stato attraversato da una serie quasi ininterrotta di fratture: imamato contro repubblica, Nord contro Sud, centro contro periferie, tribù contro Stato, Arabia Saudita contro le proprie paure strategiche, Iran contro l’influenza saudita e americana. L’unificazione del 1990 non ha cancellato queste linee di frattura; le ha semplicemente sovrapposte. La guerra contemporanea è il risultato di questa sedimentazione storica, non di una sola causa.
In questo senso, la domanda sul «fine ultimo» degli Houthi ha una risposta meno spettacolare, ma probabilmente più utile: vogliono essere loro a decidere quale Yemen emergerà dal conflitto.
Non necessariamente uno Yemen separato dal resto del Paese; non necessariamente un ritorno letterale all’imamato; e neppure semplicemente uno Yemen subordinato all’Iran. Piuttosto, uno Yemen nel quale il movimento di Ansar Allah sia riconosciuto come potere politico centrale, con un controllo duraturo sulle istituzioni, sulla sicurezza e sulle principali aree del Paese. La difficoltà di arrivare a una soluzione negoziata nasce precisamente da qui: per gli avversari degli Houthi, accettare questa realtà significherebbe riconoscere il risultato di anni di guerra; per gli Houthi, rinunciare a gran parte del potere conquistato significherebbe mettere in discussione il senso stesso della loro lunga insurrezione.
E così la vicenda yemenita conserva una sua paradossale logica: un movimento nato per difendere una periferia dimenticata è diventato il centro di un conflitto internazionale. La montagna di Saada è arrivata al Mar Rosso; e attraverso il Mar Rosso, ormai, alla politica del Medio Oriente intero.
Edoardo Almagià