La libertà – vale per le persone singole come per le collettività – non consiste nell’oltrepassare ogni vincolo, ma, piuttosto, nella capacità di corrispondere alla responsabilità cui l’ “altro” – in questo caso la somma di eventi che ne hanno fatto la storia – ti evoca.
Questo, applicato all’Europa, nella particolarità dei giorni che stiamo attraversando, significa che è giunto il momento della sua “libertà”.
In altri termini, l’Europa è oggi chiamata ad ammettere, le piaccia o meno, di avere un compito, cui non può sottrarsi, nella misura in cui si tratta di un onere che nessun altro potrebbe assumere in sua vece. Si può dire che si tratta del suo “destino”, se come tale intendiamo un orizzonte di senso che, per una necessità intrinseca all’ordine delle cose, le è attribuito, perfino a dispetto del suo volere. Il primo versante di tale compito consiste nella consapevolezza di averlo e nella determinazione di farlo proprio.
Detto in estrema sintesi, si tratta del compito di ricostruire le basi morali della convivenza civile. Il primato della coscienza e il valore del limite, il senso della misura e lo spirito di tolleranza, la gratuità e la solidarietà, l’avvertenza di stare tutti dentro un orizzonte comune e la coesione sociale da ricostruire, l’eguaglianza e l’equità, la libertà e la giustizia, la loro reciproca co-appartenenza, la pace, quella incontrovertibile dignità della persona che precede lo stesso valore materiale della sua vita: c’è una gamma intera di sentimenti, attitudini, comportamenti personali e collettivi cui è necessario rifarsi per dare consistenza – cioè non-contraddittorietà – e coerenza alla vita civile.
E’ quell’Europa che ha mosso i suoi primi passi da Atene, da Gerusalemme e da Roma, cosicché ogni successivo sviluppo non è che un commento a questa prima origine. Questi valori sono, anzitutto, la sua unità, la sua capacità politica, la propria determinazione e le divisioni che deve schierare.
Domenico Galbiati