C’è un merito particolare nell’articolo di Giancarlo Infante, “La festa sta per finire” (CLICCA QUI)  : quello di riportare la discussione pubblica su un terreno di realtà. Infante non indulge in allarmismi, né in facili moralismi. Semplicemente osserva che il Debito pubblico italiano non è un’ombra lontana, ma una presenza quotidiana che condiziona le scelte politiche, la vita delle famiglie, la qualità dei servizi, persino la fiducia dei giovani nel futuro.
Il suo richiamo è sobrio, ma netto: la crescita non si improvvisa, la spesa non può essere infinita, e l’Europa non è un vincolo da aggirare ma un contesto in cui l’Italia deve saper stare con responsabilità. È da questa consapevolezza che occorre partire per affrontare un tema che, per quanto complesso, non può più essere eluso: la necessità di ridurre il debito pubblico.
Il Debito come questione di giustizia sociale

Ridurre il Debito non è solo una scelta tecnica: è, prima di tutto, una questione di giustizia sociale.

Il peso del Debito pubblico viene sopportato soprattutto da chi lavora e paga le tasse senza avere però capitali da investire. Chi detiene titoli di Stato riceve interessi; chi non può permettersi investimenti contribuisce invece, attraverso le imposte, a sostenere quel meccanismo. Certo, chi investe si assume un rischio, ma nella pratica si verifica un trasferimento di risorse dai contribuenti meno abbienti ai percettori di rendita.

È un fenomeno silenzioso, quasi invisibile, ma reale: un drenaggio di ricchezza dai lavoratori a chi raccoglie i frutti del rendimento del debito. Per questo la riduzione del debito non è un capriccio contabile: è un modo per evitare che i più fragili paghino il prezzo di scelte politiche sbagliate.

Il paragone familiare e la complessità dello Stato

Durante una crisi, chi vuole proteggere il futuro dei propri figli — come un buon padre di famiglia — deve produrre di più, consumare di meno e investire con prudenza. Nella vita privata, chi guadagna, risparmia e investe è la stessa persona: la responsabilità è concentrata.

Nello Stato, invece, le cose si complicano. Se la politica non governa bene i processi economici, si rischia che a un gruppo venga chiesto di produrre di più e consumare di meno, mentre un altro gruppo beneficia degli investimenti e dei rendimenti. È qui che la giustizia sociale diventa essenziale: non è un ornamento, ma la condizione per evitare squilibri che minano la coesione del Paese.

La difficoltà delle scelte e l’incompetenza del soggetto pubblico

Le decisioni economiche sono complesse per loro natura.

Alcuni consulenti suggeriscono al governo di aumentare i consumi perché…; altri insistono sull’incremento della produttività perché…; altri ancora parlano di investimenti come fattore espansivo, indipendentemente dal loro rendimento effettivo, perché… Sono suggerimenti che, presi singolarmente e con determinate condizioni al contorno, hanno un senso. Ma senza una visione d’insieme rischiano di diventare frammenti di un quadro incoerente. Ed è qui che emerge un problema: l’incompetenza del soggetto pubblico su questi temi.

La ragioneria serve per tenere sotto controllo i conti; la politica serve per trasformare la realtà economica. Ma la contabilità non è l’economia.

Agire per trasformare la realtà economica richiede una visione che questo governo ha dimostrato di non avere. Si è limitato a far quadrare i conti, tagliando qua e là per finanziare misure con finalità elettorali neppure troppo nascoste: investimenti estemporanei all’estero (Albania), opere simboliche come il Ponte di Messina, interventi fiscali episodici come quello sul bollo auto. Neppure l’opposizione, però, sembra voler affrontare seriamente il tema del debito: si focalizza solo sulla destinazione delle spese, come se il problema del debito potesse essere aggirato.

Una responsabilità nazionale ed europea

Affrontare il debito è difficile ma necessario, e — per come sono strutturate le istituzioni — è una responsabilità che si gioca su due livelli: nazionale ed europeo. Serve una visione nuova dell’economia italiana, pienamente integrata con una visione europea ancora da perfezionare, alla cui definizione l’Italia deve partecipare per storia e cultura. L’Italia non può sottrarsi a questo compito rifugiandosi sotto l’ala di chi propone visioni distopiche del mondo.

Giustizia sociale e sicurezza sociale

La giustizia sociale — che significa anche sicurezza sociale — deve essere un pilastro fondamentale della costruzione di un nuovo modello economico e la bussola che orienta le priorità di spesa.

Pur prevedendo maggiore sobrietà e riduzione dei consumi voluttuari, serve un sistema che permetta ai giovani di costruire una famiglia e crescere figli senza paura del futuro; un sistema in cui i servizi più importanti — sanità, istruzione, trasporti — siano accessibili a tutti con standard allineati ai maggiori Paesi europei.

La sobrietà come scelta di responsabilità collettiva non è un impoverimento: è un modo per orientare il Paese verso una crescita più equilibrata, più solida, più europea.

Abbiamo estremamente bisogno di questo tipo di crescita anche per ridurre l’impatto dell’invecchiamento della popolazione sui conti pubblici: generare maggiore fiducia nel futuro, migliorare la produttività del lavoro e assicurare un lavoro a tutti.

La visione di INSIEME

Nella visione di INSIEME, l’incremento del PIL non va perseguito come obiettivo isolato, ma deve essere conseguenza di un cambio di paradigma: non più Stato contro mercato, ma Stato, mercato e comunità insieme. È ciò che il prof. Stefano Zamagni chiama economia civile: ridurre le disuguaglianze, generare fiducia, costruire un modello di sviluppo umano, civile e sostenibile.

INSIEME ha sempre posto il tema della giustizia sociale come fattore democratico, identificando priorità presenti anche nel suo simbolo: Lavoro e Famiglia, Solidarietà e Pace.

Nell’attuale scenario politico, con le elezioni alle porte, possiamo offrire un contributo importante per definire un programma equilibrato che includa una progressiva riduzione del rapporto Debito/PIL, agendo su entrambi i fattori: riduzione del debito e incremento del PIL.

Una visione positiva, non punitiva, della sobrietà e della responsabilità può diventare la base per un’Italia che ritrova la misura, la giustizia e la fiducia nel futuro.

Gaetano Lo Presti

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