Enrico Seta con grande lucidità ha posto i problemi centrali attorno cui dev’essere significato il senso della costruzione di un nuovo partito, delle fondamenta su cui esso debba essere incardinato ( CLICCA QUI ) e,  lo dice più o meno esplicitamente, considerando che ogni operazione politica non può che essere definita sulla base dell’accurata analisi della realtà effettuale delle cose. Altrimenti, resta un esperimento in vitro. Simile a molti altri vanamente tentati, anche all’interno del mondo cattolico interessato alla cosa pubblica.

Enrico pone la questione del “centro” da noi considerata per la necessità di fornire al quadro sociale e a quello politico elementi di certezza e di bilanciamento di un processo ampio di condivisione tra quegli italiani che riconoscono l’esistenza di un medesimo fine da perseguire. Senza una tale non fittizia e strumentale convergenza non è possibile delineare, altrimenti, alcuna ipotesi di trasformazione radicale oggi necessaria, a maggior ragione dopo essere stata fatta emergere in maniera ancora più evidente dal Coronavirus.

Di un tale processo trasformativo Politica Insieme ha parlato sin dai suoi albori, già prima del lancio del Manifesto ( CLICCA QUI ). Registriamo che anche il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, indica la necessità di andare oltre un generico riformismo. Peccato che egli per primo sia costretto a constatare come il suo esecutivo, e la maggioranza che lo sostiene, non siano in grado di dare vita a dei veri e propri Stati generali.

C’è bisogno di una “radicalità” negli interventi che può esplicare solamente una solida e coerente maggioranza in grado di sostenere il peso di un’intera legislatura. Una tale maggioranza, nel momento in cui emergesse nel paese, consentirebbe il raggiungimento di un sostanziale accordo prospettico, per prima cosa da definire tra i corpi sociali e sulla base della partecipazione di una reale cittadinanza attiva. La cartina tornasole di verifica verrebbe dal constatare la tendenza tra gli elettori a superare la pratica dell’astensionismo.

Si tratta di realizzare una confluenza d’impegni e di atteggiamenti tra tutti quei mondi vitali di cui fanno parte imprese, lavoratori di ogni genere, da quelli dai contratti a tempo indeterminato ai precari, pensionati, commercianti, artigiani, i coinvolti nel settore dei servizi o in quello del Terzo settore. Seguendo una terminologia  economicista, si parlerebbe, come si è fatto vanamente negli ultimi due decenni, di “sistema Paese” che meglio sarebbe definire, invece, “sistema solidale di Paese”.

Perché essere solidali, oggi, è conveniente per tutti. Una solidarietà capace d’interessare la cura dell’ambiente, la digitalizzazione e una certa idea di benessere, tutti questi aspetti intesi non solo come costi, bensì come risorse e volani per investimenti, e punti di leva per sostanziare un nuovo modello di sviluppo. La stessa attitudine dovrebbe riguardare, dunque, quella che costituisce la nuova “frontiera” dell’intera umanità. Cioè, ciò che è segnato dalle trasformazioni scientifiche  e tecnologiche e dalla necessità di curare il campo dell’educazione e della formazione mettendo al centro l’essere umano. La grande prospettiva da perseguire è quella di tornare ad una conciliazione tra l’umanesimo e lo scientismo e concepire l’idea della Persona assunta nella complessità della sua fisionomia. Solo così si è in grado di far fronte alle necessità ed alle esigenze pratiche umane nella riassunzione piena di quelle etiche e relazionali.

Un partito ha un senso se riesce ad accettare la sfida posta da questa nuova “frontiera” ed è capace di elaborare una visione universale in cui trovano adeguata soddisfazione le risposte al nostro quotidiano. Anche un nuovo partito avrà una giustificazione se sarà capace di indicare una” Weltanschauung” e, dunque, una concezione del mondo e della collocazione in essa di ogni essere umano.

Concordo assolutamente con Enrico Seta, dunque, che bisogna arricchire di contenuti l’intenzione di voler dare vita a un “centro”. E’ questa una necessità espressiva, il pagare un prezzo alla terminologia corrente. E’ la cosa che dice Zamagni quando torna a prospettare la possibilità che il prossimo anno a Bologna si presenti una lista autonoma in grado di superare la dicotomia destra e sinistra, non sulla base di un semplice posizionamento, ma presentando una piattaforma di programma “fatta come Dio comanda”( CLICCA QUI ).

Riferendomi a Zamagni, ma anche a quelle “suggestioni programmatiche utili a tutta la popolazione” cui fa riferimento proprio oggi su Politica Insieme Nino Galloni ( CLICCA QUI ), che si riferisce a un “ambito più circolare che centrista”,   mi chiedo dunque se non si possa pensare all’organizzazione di un “baricentro” necessario al Paese per assicurare una stabilità evolutiva. Intesa come presupposto di quella durevole attitudine programmatica di cui c’è bisogno nel momento in cui appare inevitabile e urgente uscire dalla logica dell’esclusiva gestione dell’ordinario se, non addirittura, di una continua condizione d’emergenza.

L’importante è dare immediatamente il segnale di una collocazione costruttiva e ragionevole. Indicare un’alternativa alle pulsioni divisorie che hanno caratterizzato negli ultimi due decenni e mezzo sia il centrosinistra, sia il centrodestra. In qualche modo, entrambi questi due schieramenti hanno abusato del termine di cui parliamo ed hanno raffazzonato al loro interno gruppi e gruppetti meno estremizzanti, ma tutti trascurati al momento del dunque.

A maggior ragione, lo stiamo scrivendo da un pezzo, ma ci siamo appena di nuovo tornati, troviamo del tutto irrealistico prevedere la costruzione di una posizione davvero centrale pensando di farlo partecipando alle dinamiche interne al Pd ( CLICCA QUI ). Questo non è costruire un “centro”, bensì alimentare la confusione.

Seta ha ulteriormente ragione nell’invitare a parlare d’altro quando ci porta sotto gli occhi gli effetti di una scomposizione già in atto del quadro politico che spinge a parlare di “centralità” di una posizione, costituita da un insieme d’indicazioni ideali, di progetti, di comunicazione e di facce che tutto ciò rappresentino. L’espressione, insomma, di una forza capace di confrontarsi con una complessità di fenomeni che solo una stampa svogliata riduce al confronto di due sole polarità.

Sta, infatti, giungendo al termine il processo indotto dall’introduzione del sistema maggioritario da cui molti attendevano il consolidamento e la semplificazione del sistema politico, cosa che invece si è tradotta in disgregazione.

Le leggi elettorali in un paese normale non vengono imposte per decreto il quale, semmai, si fa carico di una lunga sedimentazione storica in cui è preminente l’evoluzione culturale e sociale del popolo che di quelle leggi decide di dotarsi. Esse dipendono dalla forza che la realtà civile è in grado di dispiegare, così come dalla qualità del rapporto instaurato tra istituzioni e cittadino. Questo fa si che le democrazie più importanti dell’Occidente funzionino nonostante al voto vadano mediamente percentuali che raramente si avvicinano al 50%. In Italia non è così perché ogni autoesclusione dal  processo politico costituisce elemento d’instabilità.

A un certo punto, abbiamo modificato la legge elettorale pensando di privilegiare la cosiddetta governabilità a scapito della rappresentanza e della partecipazione popolare. Come se, a ben guardare, nel corso della Prima repubblica non fosse stata assicurata una governabilità sostanziale per oltre cinquant’anni. A punto tale che l’Italia era diventata la quarta potenza industriale al mondo, aveva sconfitto il terrorismo, di destra e di sinistra, senza alterare i processi democratici, aveva assicurato l’istruzione obbligatoria e il servizio sanitario universale, oltre a tanto altro che sarebbe davvero lungo elencare.

Ci sono state deviazioni e distorsioni, ma non si venga a dire che la legge maggioritaria abbia fatto scomparire i cambi di casacca, la corruzione e la tendenza della politica ad essere soverchiante sulle istituzioni e sulle dinamiche civili e sociali.

La cosa grave, davvero grave, è costituita dalla netta cesura oggi esistente tra eletti ed elettori. Questo ha contribuito alla trasformazione persino antropologica della politica e ci si è illusi che, tornando all’ipotesi di far ruotare tutto attorno alla figura di un leader, e alla competizione tra due o tre di loro, si potessero risolvere i problemi italiani. E’ vero che il sistema monarchico e poi quello fascista hanno piantato nell’intimo di una parte del popolo italiano una tale concezione. Anche il Pci, in fondo, da Togliatti a Berlinguer, ha vissuto ufficialmente attorno all’immagine di una quasi esclusiva figura carismatica di riferimento.

Ciò, invece, è del tutto alieno dalla storia del movimento popolare d’ispirazione cristiana. Caratterizzato, semmai, da una logica di collegialità autentica, anche quando qualcuno dei suoi leader riusciva, sulla base di un complesso processo di condivisione, a prospettare la linea da seguire. E’ stato così nel corso della stagione di De Gasperi, con l’emersione di una distinta, fortissima componente interna collegata a Dossetti. E’ stato, poi, via via con Fanfani, con i dorotei, di cui molti oggi faticano a ricordare persino i nomi, e Aldo Moro.

Giancarlo Infante

 

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