Non è più soltanto l’Europa a osservare con crescente preoccupazione la politica estera di Donald Trump. A lanciare un allarme netto è ora anche una parte autorevole della Chiesa cattolica americana, tradizionalmente prudente nel confronto con il potere politico e spesso incline a evitare scontri diretti con le amministrazioni repubblicane. Le parole dell’arcivescovo Timothy Broglio, Ordinario militare degli Stati Uniti, segnano invece una rottura significativa: quando le decisioni del potere politico entrano in conflitto con la coscienza morale, l’obbedienza non può più essere automatica. È una presa di posizione che pesa, perché tocca il cuore stesso del rapporto tra Stato, forze armate e responsabilità etica, evocando un principio classico della dottrina sociale della Chiesa: la priorità della coscienza sul comando.

La Chiesa americana e la frattura morale

La critica della Chiesa cattolica statunitense non nasce da un riflesso ideologico, ma da una valutazione morale della cosiddetta “Dottrina Trump”, fondata su unilateralismo, intimidazione economica e uso politico della forza. Una dottrina che trasforma la sicurezza in un pretesto e la leadership in dominio. Papa Francesco ha più volte denunciato questa deriva, ricordando che la pace non è il risultato dell’equilibrio della paura, ma della cooperazione e del rispetto reciproco. Anche Papa Leone XIV ha messo in guardia dal ritorno di logiche imperiali travestite da difesa nazionale, sottolineando che nessuna nazione, per quanto potente, può arrogarsi il diritto di riscrivere confini, alleanze e regole comuni in base a interessi contingenti. In un recente discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il Pontefice ha ribadito che “la sovranità non è una licenza per l’arbitrio” e che la sicurezza vera nasce dal diritto, non dalla minaccia.In questo solco si inserisce la dichiarazione congiunta di tre autorevoli cardinali americani, Blase Cupich, Arcivescovo di Chicago,  Robert McElroy, Arcivescovo di Washington, e Joseph Tobin, Arcivescovo di Newark. Una dichiarazione rilasciata il 19 gennaio scorso ,  sul tema “ Tracciare una visione morale della politica estera americana”, in cui, pur non citando apertamente Donald Trump ,  si contestano con fermezza le scelte della sua amministrazione,  descritte come “politiche distruttive”, che incoraggiano la polarizzazione e mettono a rischio la pace mondiale.

La Groenlandia, la Nato e il rischio di implosione dell’Occidente
Le dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia rappresentano uno dei punti più critici di questa visione. La Groenlandia è un territorio autonomo del Regno di Danimarca, Paese membro della Nato, e svolge da decenni un ruolo strategico nella difesa euro-atlantica. Ipotesi di controllo forzato o pressioni motivate da presunte minacce russe o cinesi non solo ignorano il diritto internazionale, ma mettono in discussione il principio fondante dell’Alleanza atlantica: la difesa collettiva tra pari. Un membro della Nato che minaccia la sovranità di un altro membro mina dall’interno l’intera architettura di sicurezza costruita negli ultimi ottant’anni. Se questa logica prevalesse, l’Alleanza cesserebbe di essere un presidio di stabilità per trasformarsi in uno strumento di ricatto geopolitico, dove i più forti dettano legge e i più deboli subiscono.

Trump, l’Europa e il dovere della responsabilità
In questo scenario inquietante, la fermezza della Chiesa cattolica americana appare persino più chiara di molte reazioni politiche europee. Denunciare dazi spropositati, minacce territoriali e linguaggi aggressivi non significa schierarsi contro l’America, ma difenderne la credibilità internazionale e la sua migliore tradizione democratica. Un presidente che confonde la forza con l’arbitrio, e la sicurezza con l’intimidazione, non rende il mondo più sicuro: lo rende più instabile e più incline al conflitto. L’Europa è chiamata a una risposta unitaria e autonoma, capace di riaffermare il valore del multilateralismo e del diritto. Quando anche la Chiesa, negli Stati Uniti, richiama alla disobbedienza morale, significa che la politica ha già superato una soglia pericolosa. E ignorarlo sarebbe non solo un evidente errore politico, ma soprattutto un grande e incomprensibile errore storico.

Michele Rutigliano

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