Una nomina storica nel segno dell’astensione
Ci sono momenti nella storia di un Paese nei quali una nomina istituzionale assume un significato che va ben oltre il nome della persona chiamata a ricoprire un incarico. La decisione di re Mohammed VI di affidare a Fatima Ezzahra El Mansouri, esponente del Partito dell’Autenticità e della Modernità (PAM), il compito di formare il nuovo governo appartiene a questa categoria. El Mansouri è la prima donna nella storia del Marocco a ricevere l’incarico di capo del governo. La sua nomina, annunciata il 29 settembre 2026, arriva però in un momento nel quale il dato più importante delle elezioni legislative del 23 settembre non è forse quello relativo al partito vincitore, bensì quello relativo a chi ha scelto di non votare.
Il PAM ha conquistato 97 dei 395 seggi della Camera dei rappresentanti, davanti al Raggruppamento Nazionale degli Indipendenti, fermatosi a 66, e all’Istiqlal, con 65. Il Partito Giustizia e Sviluppo, formazione di riferimento dell’islamismo politico marocchino e protagonista della vita politica nazionale per un decennio, è tornato a 54 deputati dopo il crollo del 2021, quando era precipitato a soli 13 seggi. Nessuna forza dispone dunque della maggioranza necessaria per governare da sola.
Ma è soprattutto un altro numero a raccontare il Marocco del 2026: 38,02%. È questa la percentuale di partecipazione alle elezioni, contro circa il 50% del 2021. Secondo gli osservatori dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, meno di un marocchino adulto su quattro ha espresso un voto valido; la presenza significativa di schede bianche e nulle ha ulteriormente accentuato il problema della rappresentatività. Il voto, hanno osservato gli stessi osservatori, si è svolto in modo ordinato e con un’ampia scelta politica, ma proprio la scarsa partecipazione ha aperto una questione molto più profonda: quella della fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Il profilo di Fatima Ezzahra El Mansouri tra simbolo e tradizione
È dentro questa contraddizione che comincia l’era El Mansouri. Da una parte, il Marocco compie un passo che fino a pochi anni fa sarebbe apparso difficilmente immaginabile: una donna viene chiamata a dirigere l’esecutivo di una monarchia, la cui linea discende dal profeta, nella quale l’Islam occupa una posizione costituzionale centrale. Dall’altra, quella stessa donna si trova a guidare un governo nato da un’elezione alla quale la maggioranza degli elettori registrati non ha partecipato. La fotografia del Paese, dunque, è molto più complessa della semplice celebrazione della prima premier donna. Il nuovo premier ha 50 anni, è avvocato parla 3 lingue ed ha svolto i suoi studi in giurisprudenza negli Stati Uniti ed in Francia. Conosce il paese e la sua società e vanta un percorso politico che l’ha portata ad essere deputato, ministro e sindaco di Marrakech. Malgrado l’importante significato simbolico della sua nomina, quella del Marocco resta una società tradizionalista e conservatrice che la pone di fronte a sfide importanti, a cominciare dalla formazione del governo vista la diversità delle forze politiche. Ci sono poi, per esempio, da affrontare la questione del codice della Famiglia e della tutela dei minori. Costretta a navigare tra sviluppo e sottosviluppo, la El Mansouri sa che si troverà presto a dover gestire una situazione interna complessa in un clima sociale esplosivo alimentato dalle frustrazioni di una gioventù che si sente ignorata.
Il quadro costituzionale e l’equilibrio tra Islam e modernità
Il Marocco non è una teocrazia e non è neppure una monarchia parlamentare nel senso europeo del termine. È una monarchia costituzionale nella quale il re conserva prerogative straordinariamente ampie. La Costituzione del 2011, nata sulla scia delle proteste della Primavera araba e del Movimento del 20 Febbraio, ha rafforzato alcuni principi di partecipazione, diritti e uguaglianza, ma ha mantenuto alla monarchia una posizione centrale nell’architettura dello Stato. Ed è proprio la Costituzione a spiegare perché la nomina di una donna alla guida del governo non rappresenti, formalmente, una rottura con l’ordine religioso marocchino. L’articolo 19 proclama l’uguaglianza tra uomini e donne nei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali e impegna lo Stato a perseguire la parità. L’articolo 41, invece, attribuisce al re, in quanto Amir al-Mouminine, il capo dei fedeli, il ruolo di garante del rispetto dell’Islam e la presidenza del Consiglio superiore degli Ulema. La dimensione religiosa suprema dello Stato appartiene dunque alla monarchia, non al capo del governo. È un dettaglio istituzionale fondamentale, perché permette di comprendere la natura della svolta senza cadere nell’equivoco di interpretare la presenza di una donna a capo del governo come una contrapposizione fra modernità occidentale e Islam. Il Marocco ha infatti costruito negli ultimi decenni una propria forma di modernizzazione, nella quale monarchia, identità islamica e apertura sociale convivono in un equilibrio spesso complesso. La riforma della Mudawana, il codice della famiglia, già sotto Mohammed VI aveva rappresentato uno dei terreni più delicati di questa trasformazione. La questione femminile è stata progressivamente portata dentro le istituzioni, senza che questo significasse una separazione dello Stato dalla sua identità religiosa. La nomina di El Mansouri si colloca esattamente dentro questa traiettoria.
Le piazze giovanili e il nodo della fiducia politica
Ma sarebbe un errore considerarla soltanto una vittoria delle donne. Perché la sua sfida più grande non sarà dimostrare che una donna può occupare la poltrona di capo del governo. Quella domanda, almeno sul piano istituzionale, ha ormai ricevuto una risposta. La vera domanda sarà se un cambiamento nella rappresentanza politica possa produrre un cambiamento nella percezione che i cittadini hanno della politica. Ed è qui che il dato sull’astensione diventa molto più importante del genere del nuovo capo del governo. Il Marocco arriva a queste elezioni dopo un anno segnato da una forte mobilitazione giovanile. Il movimento GenZ 212 aveva portato nelle piazze richieste relative soprattutto a sanità, istruzione, occupazione e condizioni di vita. Il malessere si è manifestato anche attraverso fenomeni difficili da ignorare, compreso l’afflusso di decine di migliaia di giovani verso Ceuta nel tentativo di lasciare il Paese. Alla vigilia del voto, diverse testimonianze raccolte dalla stampa descrivevano l’astensione non come semplice apatia, ma come una forma consapevole di sfiducia verso le istituzioni e i partiti.
Questa è probabilmente la prima grande prova politica per El Mansouri. La nuova premier eredita infatti un Paese nel quale una parte significativa della popolazione, soprattutto tra i giovani, sembra non chiedere semplicemente un nuovo governo, ma un nuovo rapporto fra cittadino e Stato. La domanda che sale dalle periferie urbane, dalle università, dai giovani senza lavoro e dalle famiglie alle prese con il costo della vita non è necessariamente “chi deve governare?”. È piuttosto: “A cosa serve votare, se la mia vita non cambia?” È una domanda devastante per qualsiasi sistema democratico, perché non mette in discussione soltanto un partito. Mette in discussione la funzione stessa della rappresentanza. Ed è qui che la figura di El Mansouri acquista un significato ambivalente. Può diventare il simbolo di una nuova stagione, mostrando che il sistema politico marocchino è capace di produrre una trasformazione storica anche sul terreno della rappresentanza femminile. Oppure può diventare, suo malgrado, il volto di una continuità istituzionale incapace di rispondere alle aspettative sociali.
Le sfide concrete tra economia, Mondiali 2030 e opposizione islamista
La differenza non la farà il fatto che sia donna: la faranno le politiche. Occupazione, sanità, istruzione, prezzi, disuguaglianze territoriali, accesso alla casa, opportunità per i giovani: saranno questi i terreni sui quali verrà misurata la capacità del nuovo governo di trasformare una svolta simbolica in una svolta concreta. Il nuovo esecutivo dovrà inoltre gestire gli enormi investimenti legati alla preparazione del Mondiale 2030, che il Marocco ospiterà insieme a Spagna e Portogallo. Reuters sottolinea che il governo dovrà contemporaneamente affrontare il malcontento giovanile e completare un programma di investimenti dell’ordine di 20 miliardi di dollari collegato alla preparazione dell’evento. È proprio qui che potrebbe aprirsi una delle contraddizioni più interessanti del Marocco contemporaneo. Il Paese appare sempre più moderno agli occhi del mondo: infrastrutture, industria automobilistica e aerospaziale, turismo, grandi opere, diplomazia internazionale, preparazione del Mondiale. Ma questa immagine di modernizzazione convive con profonde disuguaglianze sociali e territoriali e con una generazione che non sempre riconosce nei successi macroeconomici il riflesso della propria condizione quotidiana. Una nuova autostrada, uno stadio moderno o un grande investimento industriale possono rappresentare il successo dello Stato; per un giovane senza lavoro possono però diventare il simbolo di una modernizzazione percepita come distante. Ecco perché El Mansouri potrebbe trovarsi davanti a una sfida che nessun premier marocchino ha affrontato esattamente in questi termini: rendere la modernizzazione visibile nella vita quotidiana.
La questione religiosa potrebbe diventare un altro terreno delicato, ma non necessariamente nel senso di uno scontro frontale fra Islam e governo. Il problema sarà piuttosto capire fino a che punto la modernizzazione sociale potrà avanzare senza mettere in discussione quell’equilibrio fra tradizione, religione e Stato che costituisce uno degli elementi fondanti della monarchia marocchina. In questo senso, il ritorno del PJD in Parlamento assume un significato particolare. Il partito islamista è passato da 13 a 54 seggi e ha annunciato l’intenzione di rimanere all’opposizione. È quindi possibile che la nuova legislatura diventi anche un confronto fra differenti visioni della società marocchina: da una parte una concezione più accentuata della modernizzazione sociale rappresentata dal PAM; dall’altra una forza islamista che cerca di recuperare consenso proprio facendo leva su questioni come costo della vita, servizi pubblici e corruzione.
Non sarebbe tuttavia corretto ridurre questo confronto alla formula “donna contro islamisti”. Sarebbe una semplificazione. La vera partita potrebbe essere molto più profonda: quale tipo di modernizzazione vuole il Marocco? Una modernizzazione economica accompagnata da una trasformazione sociale graduale? Una modernizzazione più rapida dei costumi? Un rafforzamento delle politiche sociali? Una maggiore decentralizzazione? Una diversa distribuzione della ricchezza? Oppure una modernizzazione fortemente guidata dalla monarchia, nella quale le trasformazioni avvengono senza mettere in discussione il ruolo centrale del Palazzo? La risposta a queste domande determinerà probabilmente molto più del genere del nuovo capo del governo il futuro politico del Paese.
La continuità della monarchia e la scommessa sulla partecipazione
C’è poi un’altra questione, ancora più delicata: quella della monarchia. La nomina di El Mansouri non rappresenta un trasferimento di potere dal Palazzo al governo. Al contrario, è stata formalmente effettuata dal re sulla base dell’articolo 47 della Costituzione, che prevede la nomina del capo del governo tra le fila del partito arrivato primo alle elezioni. Questo significa che la presenza di una donna a capo dell’esecutivo può essere letta anche come una dimostrazione della capacità della monarchia di accompagnare e, in una certa misura, governare il processo di modernizzazione del Paese.
È un elemento storico tutt’altro che secondario. Dalla monarchia di Hassan II, segnata da anni di forte autoritarismo e dalle drammatiche vicende degli années de plomb, fino al regno di Mohammed VI, il Marocco ha seguito una traiettoria di trasformazione controllata. La Costituzione del 2011 è stata una risposta alle pressioni della Primavera araba, ma senza arrivare a mettere in discussione la centralità della monarchia. La prima donna premier potrebbe quindi inserirsi in questa lunga evoluzione come un altro tassello di quella formula marocchina nella quale cambiamento e continuità procedono insieme.
Ma questa volta c’è un elemento nuovo: la società sembra chiedere di accelerare. Il Marocco del 2026 non è più quello del 2011. È un Paese più urbanizzato, più connesso, più esposto ai modelli globali e nel quale una generazione giovane è abituata a confrontare quotidianamente la propria realtà con quella del resto del mondo attraverso gli smartphone e i social network. È anche una generazione meno facilmente disposta ad accettare la vecchia promessa secondo cui il benessere di domani giustifica le difficoltà di oggi. Ed è forse questo il vero significato della prima donna premier. Non tanto il fatto che una donna abbia finalmente attraversato una porta che per decenni era rimasta chiusa, quanto il fatto che quella porta si sia aperta in un momento nel quale l’intero edificio istituzionale è chiamato a dimostrare di essere ancora credibile. El Mansouri dovrà dunque governare contemporaneamente tre Marocco.
Il primo è quello della monarchia, della tradizione, dell’identità islamica e della continuità istituzionale.
Il secondo è quello della modernizzazione economica, delle grandi infrastrutture, dell’apertura internazionale e dell’ambizione di diventare una potenza regionale.
Il terzo è quello dei giovani che chiedono lavoro, servizi pubblici, dignità e soprattutto la sensazione di avere un futuro nel proprio Paese.
La difficoltà sarà farli convivere. Perché se la prima donna alla guida del governo riuscirà a trasformare la propria nomina in una maggiore partecipazione femminile, in riforme sociali e in una risposta concreta al malessere giovanile, il 29 Settembre 2026 potrebbe essere ricordato non soltanto come il giorno nel quale una donna è entrata per la prima volta nella storia del potere marocchino, ma come l’inizio di una nuova fase della monarchia. Se invece la distanza fra istituzioni e società continuerà ad allargarsi, la sua nomina rischierà di essere ricordata soprattutto come una straordinaria fotografia simbolica scattata nel momento sbagliato: un volto nuovo davanti a un elettorato che, in gran parte, ha scelto di non esserci. Il paradosso di una democrazia senza elettori. Ed è questa la grande scommessa del Marocco. Non dimostrare che una donna può governare un Paese musulmano. La Costituzione marocchina, già da tempo, rende questa possibilità compatibile con l’ordinamento dello Stato. La vera scommessa è molto più difficile: dimostrare che la politica può ancora convincere i cittadini che vale la pena partecipare.Perché una società può accettare una donna al vertice dello Stato molto più rapidamente di quanto possa tornare a credere nelle istituzioni.E, nelle democrazie contemporanee, la seconda conquista è infinitamente più difficile della prima.
Edoardo Almagià