Bisognerà attendere per capire gli effetti dei bombardamenti ordinati da Donald Trump su tre siti nucleari iraniani. Operazione fatta dagli Stati  Uniti al posto di Israele che non ne aveva le capacità.

La domanda è: la distruzione, o il forte rallentamento, del progetto atomico di Teheran fermerà la guerra o la farà trasformare in qualcos’altro e di più allargato?

Gli americani l’hanno presentata come conseguenza della loro determinazione esclusiva nell’impedire che l’Iran diventasse una potenza nucleare e per soddisfare, così, i principali obiettivi di Netanyahu. Viene ribadito che gli USA non sono scesi in guerra contro il paese del Golfo. E, come ha notato qualcuno, l’esercizio in corso è soprattutto di natura lessicale. Putin ha fatto scuola con la sua definizione dell’invasione dell’Ucraina come “operazione speciale” invece che guerra.

Del resto Trump deve tenere conto di ciò che la Costituzione americana detta al riguardo e cioè una guerra vera e propria dev’essere decisa dal Congresso e non dal solo Presidente. Le acrobazie verbali, così, non hanno impedito l’esplosione di una violenta polemica già in corso dentro e fuori le aule del Congresso di Washington.

Il Segretario alla difesa americano, Pete Hegseth, ha voluto precisare che i tre bombardamenti sono stati fatti senza colpire militari e civili iraniani. Gli iraniani avrebbero addirittura ricevuto un preavviso per evitare perdite umane Quasi a volersi distinguersi dai bombardamenti in corso da 11 giorni da parte degli israeliani che, invece, hanno colpito molti civili e numerose loro abitazioni.

Gli USA,  a differenza di Israele, non parlano del cambio di regime in Iran. Tema agitato sempre più spesso dal Primo ministro israeliano. Ma siamo abituati ad aspettarcene di ogni genere e i cambiamenti di idee e il non rispetto della parola data non ci dovrebberero proprio prendere di sorpresa.

Il cambio di regime in Iran, ammesso che possa avvenire – e secondo le desiderata dei suoi propugnatori -visto che Israele non è in grado di ottenerlo da solo, significherebbe l’ingresso pieno degli americani nella guerra. La cosa richiama le vicende irachene di oltre trent’anni e di circa vent’anni fa, con la prima e la seconda invasione dell’Iraq, e deve fare i conti con l’esplicita contrarietà di una buona parte dello stesso elettorato trumpiano.

Gli americani sanno bene che l’Iran non è l’Iraq e che, probabilmente, l’agognata sostituzione del Governo degli ayatollah fatta con le armi finirebbe per richiedere la presenza di forti contingenti militari sul terreno. Un lusso che neppure Trump può permettersi.

Adesso, per bocca del Vicepresidente J. D. Vance, gli americani ripetono che il loro obiettivo strategico era quello di menomare l’atomico iraniano E, a cose fatte, invitano Teheran a non rispondere ai loro bombardamenti per riaprire un tavolo negoziare. Lo stesso tavolo che gli iraniani dicono di non essere stati loro a chiudere.

A qualcuno il tutto può apparire molto contorto, ma è così. In ogni caso, resta il punto interrogativo sul che cosa continuerebbe a fare Netanyahu, non nuovo a forzare la mano a Washington. Quindi, la palla non è rimandata solamente nel campo iraniano come gli americani dicono giacche’ permane  il grosso punto interrogativo sul comportamento di Netanyahu.

La risposta iraniana, probabilmente elaborata alla luce della verifica delle posizioni cinese e russa – il Ministro degli esteri di Tehran è oggi a Mosca – ci dirà quanto il calcolo di Trump e di Vance sia corretto e se il bombardamento fatto contro i siti nucleari possa davvero portare, per quanto ciò possa apparire paradossale, alla riapertura dei negoziati interrotti a causa dell’avvio del conflitto da parte di Israele.

Resta tutta intera la valutazione critica sulla palese violazione del Diritto internazionale. Continua e permane il timore che, in realtà, tali azioni, fortemente divisive tra gli stessi americani, possano in ogni caso trasformarsi in ulteriori “polpette avvelenate” disseminate nella regione e nel mondo intero.

Un brutto segnale è giunto proprio ieri dalla Siria dove un kamikaze dell’Isis si è fatto saltare in aria all’interno di una chiesa cristiana provocando 22 morti. L’Isis, bene sempre ricordarlo, è frutto, come in precedenza al Qaeda, del mondo sunnita in guerra da sempre contro tutti gli sciiti, tra cui quelli iraniani. Si tratta, dunque, di un qualcosa che riguarda altro, ma che segna la riproposizione di storie già vissute e nel corso delle quali è stato dato il via libera ad ogni genere di terrorismo.

Teheran starà al gioco di Trump e si limitera’ ad una risposta di facciata? Oppure, s’inneschera’ un botta e risposta in cui finirà per essere coinvolta anche l’Europa. Probabilmente, anche in forma militare diretta nel breve e medio termine, vista la sua esplicita rinuncia a svolgere una funzione terza e pacificatrice.

Nell’immediato, c’è la certezza che, nel caso l’Iran scelga la linea dura, una delle “polpette avvelenate” c’è la potremmo subito trovare sulla nostra tavola. Questo se Teheran decidesse, ad esempio, di bloccare lo Stretto di Horzum e mettesse in crisi l’approvvigionamento globale del petrolio e del gas. L’America ne subirebbe strascichi tutto sommato relativi, ma per noi europei, oltre che per la Cina, si rivelerebbero, invece, consistenti. Con buona pace di chi pensa che ci si trovi di fronte ad un “video game” e sembra persino tifare per il peggio.

Giancarlo Infante 

 

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