Un quadrante instabile

In un contesto mediorientale che non trova la via della pace, e dove lo stretto di Bab el‑Mandeb sembra poter seguire la strada dello stretto di Hormuz come strumento di pressione nel conflitto, il ministro italiano della Difesa ha nei giorni passati acceso un faro sulla missione navale Aspides, che dovrebbe garantire la libertà di passaggio alle navi che vogliono entrare o uscire dal Mar Rosso.

Questa missione europea aveva inizialmente visto impegnate navi di diversi Paesi, ma al momento solo vascelli italiani e greci sono rimasti in zona, anche perché i costi sono a carico degli Stati e l’Unione contribuisce solo con una piccola somma. Nel momento in cui la tensione è aumentata, il ministro italiano della Difesa ha fatto appello alla solidarietà europea per un rafforzamento della missione — o con navi, o con fondi.

Il paradosso della solidarietà

Il giusto richiamo alla solidarietà europea solleva però qualche interrogativo: un governo come quello italiano che, nel momento della crisi di un altro Paese mediterraneo — la Spagna — ha preferito la difesa dei propri confini all’espressione di solidarietà, e che per bocca del suo presidente in una recente intervista ha difeso un modello confederale per il quale le azioni di politica estera dovrebbero essere condotte da gruppi di Stati che si accordano volontariamente (cioè presumibilmente con interessi comuni in quell’ambito), è nella posizione migliore per chiedere solidarietà?

Ma è proprio il modello auspicato da questo governo ad aver lasciato Aspides sguarnita. Gli altri Paesi inizialmente coinvolti, non trovando sufficienti interessi propri, si sono dileguati per risparmiare sulle spese.

Due strade per l’Europa

Allora è forse il caso di riflettere meglio sul tema della solidarietà in Europa: la strada da seguire è quella di una solidarietà à la carte, che vedrà di volta in volta impegnati solo i Paesi che hanno diretti interessi in gioco, oppure quella — certo più difficile e di medio periodo — di una solidarietà europea istituzionalizzata, che investe collettivamente risorse nei diversi punti di crisi?

In misura parziale, ma già significativa, questa seconda strada è stata imboccata per la crisi ucraina (pensiamo per esempio al European Support Loan di 90 miliardi a sostegno del Paese aggredito). Non così ancora per l’area di crisi mediorientale, dove prevale il modello à la carte con risultati decisamente scarsi.

Una scelta di coraggio

La questione di Aden, che è solo una delle questioni in ballo in quell’area, dovrebbe invece essere uno stimolo per perseguire con più determinazione e coraggio la strada di una politica estera europea comune e degli strumenti operativi che questa richiederebbe per questo cruciale quadrante internazionale. Il governo italiano e l’opposizione sono pronti a perorare questa strada in sede europea, ma anche a spiegarla e a difenderla davanti agli elettori?

Maurizio Cotta

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