Il 23 gennaio prossimo saranno tre anni dalla scomparsa dell’amico Fabrizio Fabbrini. Carlo Parenti ne ricorda il nobile impegno per il riconoscimento al diritto all’obiezione di coscienza che egli  concepiva come un segno dell’amore cristiano per il prossimo. Scontò il carcere per questa sua coerenza, ma ebbe la soddisfazione di veder promulgare la Legge sull’obiezione voluta dal senatore Marcora, altro cattolico democratico e, durante la resistenza, capo partigiano.

Il 15 dicembre 2022 si sono celebrati i 50 anni dalla Legge istitutiva dell’obiezione di coscienza (Legge 15 dicembre 1972, n. 772). Quella legge ha portato alla nascita del Servizio civile sostitutivo  e successivamente del Servizio civile nazionale e quindi, oggi, del Servizio civile universale. Era il 15 dicembre del 1972 quando, per la prima volta, lo Stato italiano ha promulgato una legge per dare la possibilità ai giovani appena maggiorenni di astenersi dall’obbligo di prestare il servizio militare armato. Fino ad allora, non presentarsi in caserma a 18 anni significava essere un renitente alla leva e la pena era il carcere. Ma all’inizio degli anni 1970 il movimento nonviolento e contro la guerra era molto forte e le mobilitazioni dei giovani di allora hanno portato il legislatore a adottare misure volte ad assorbire le loro istanze.

Cinquant’anni esatti di obiezione allo strumento militare, per un impegno civile alternativo. Mezzo secolo dalla prima legge, quella che ha riconosciuto a oltre 800 mila obiettori il diritto di difendere la Patria nell’aiuto alle persone fragili, nell’ambiente degradato, nei beni culturali.

Storicamente rilevante è stata la testimonianza dei primi obiettori italiani (Per una breve storia dei primi obiettori si veda il saggio di Carlo Mercurelli (CLICCA QUI).

Claudio Baglietto e di Josef Mayr-Nusser furono i primi due. Dettero una testimonianza che in questi odierni tempi della terza guerra mondiale è più che mai attuale.

Particolare clamore destò la scelta del primo che, recatosi in Germania nel 1932, per motivi di studio, ripara l’anno successivo, causa l’avvento di Hitler al potere, in Svizzera, rifiutando di rientrare in patria, poiché matura la convinzione della doverosità dell’obiezione di coscienza nei confronti del servizio militare. Morì precocemente a Basilea nel 1940.

Josef Mayr-Nusser, il primo obiettore di coscienza cattolico italiano, bolzanino, si distinse a partire dalla seconda metà degli anni Trenta, per un notevole impegno nella sua diocesi. Esortava pubblicamente all’impegno che ogni buon cristiano deve compiere in una fase così tragica per l’Europa sempre più compressa nella perniciosa spirale dei totalitarismi, in particolare per lui quello hitleriano. Nei suoi interventi fa esplicito riferimento al pericolo rappresentato da quel «culto del leader che rasenta l’idolatria».  Incarnava un esempio di evangelizzazione a cui invita oggi Papa Francesco quando parla di rifiuto del proselitismo e richiama la necessità della testimonianza e della coerenza. Mayr-Nusser così affermava: «Dare testimonianza oggi è la nostra unica arma efficace […]. Né la spada, né la forza, né finanze, né capacità intellettuali, niente di tutto ciò è posto come condizione imprescindibile per erigere il regno di Cristo sulla terra. È una cosa ben più modesta e allo stesso tempo ben più importante che il Signore ci richiede: dare testimonianza». Dopo l’8 settembre 1943 i nazisti invasero il nord Italia e reclutarono i cittadini italiani. Nel settembre 1944 tale sorte toccò anche a Mayr-Nusser che si rifiutò di giurare fedeltà a Hitler. Motivata per iscritto la sua scelta religiosa, il coraggioso Josef il 5 ottobre 1944  viene rinchiuso in carcere e quindi trasferito nella prigione di Danzica in attesa del processo che, nel gennaio del 1945, stabilisce il suo trasferimento nel campo di concentramento di Dachau. Il giovane altoatesino, stremato a causa delle durissime condizioni carcerarie e dagli estenuanti spostamenti, muore il 24 febbraio ad Erlangen. Scese il martirio come estremo sacrificio in ragione di quelle istanze di amore verso ogni uomo, che il giuramento nazista gli avrebbe fatto sconfessare.

La “battaglia” non violenta in Italia fu sostenuta, agli albori, anche dall’estero, come dal filosofo Bertrand Russel che col movimento pacifista britannico aiutò Aldo Capitini – inventore nel 1961 della Marcia della pace Perugia-Assisi – a sostenere il primo obiettore italiano del secondo dopoguerra, Pietro Pinna, processato il 30 agosto del 1949 e condannato a dieci mesi di reclusione col beneficio della condizionale. Terminata la pena fu nuovamente richiamato. Si rifiutò di arruolarsi, conobbe le durezze del carcere e fu condannato ad altri otto mesi di reclusione. Il suo caso divenne una vicenda nazionale Fu poi   inviato presso il 9° reggimento fanteria di Bari, dove, per l’ennesima volta, rinnovò il suo diniego al servizio militare. A Bari – su presunto interessamento del quinto governo De Gasperi, che voleva soffocare ogni clamore- il medico militare volle a tutti i costi visitarlo, riscontrandogli una inesistente “nevrosi cardiaca”, per cui Pinna fu riformato e congedato.

Rilevante fu anche il caso di Fabrizio Fabbrini, noto a Firenze perché fu assistente di Giorgio La Pira.  Fabrizio Fabbrini nacque a Forlì il 28 luglio 1938.  Nella sua attività di ricerca e di insegna­mento universitario ha portato avanti per anni la problematica relativa ai diritti della persona umana, testimo­niando i valori della libertà della coscienza di fronte alle strutture, nella difesa dei deboli. Questa sua visione di cattolico e di giurista lo ha condotto ad un atteggiamento fortemente critico nei riguardi dell’esercito, facendo suo il problema degli obiettori di coscienza, di quanti cioè avvertono che gli strumenti di violenza, comunque adoperati servono solo ad opprimere i poveri e i deboli.

Così giustificava il suo gesto: «Occorre porre l’accento sull’amore per il prossimo e del nemico e sull’orrore della violenza. Occorre proclamare che al cristiano non è lecito fare il soldato, neppure in tempo di pace […]. Il mio gesto ha soprattutto un valore di protesta contro chi si prepara a fare la guerra, sia pure di difesa […]. C’è sempre un limite all’obbedienza degli ordini: in tutti gli ordinamenti c’è un principio per cui agli ordini ingiusti non si deve obbedire […]. Penso che disobbedire ad una legge ingiusta non sia tradire lo Stato, ma aiutarlo a migliorarsi […]. Con la guerra non difenderete né i deboli né i poveri […]. Noi la vita preferiamo donarla, piuttosto che toglierla agli altri: perché è donando, e non uccidendo, che si conquista la dignità di persone umane» (Cfr. A. Capitini, Le tecniche della nonviolenza, 1968 – p. 72).

Il 6 dicembre 1965, il giorno prima della fine del Concilio Vaticano II (che si era espresso favorevolmente sull’obiezione di coscienza), Fabbrini – a soli dieci giorni dal congedo – restituì la divisa. Ne seguì l’immediato arresto. Il Tribunale militare territoriale di Roma, il 22 febbraio 1966, lo condannò a venti mesi di reclusione, riconoscendolo colpe­vole dei seguenti reati: disobbedienza aggrava­ta, insubordinazione con ingiuria aggravata e con­tinuata, istigazione a commettere reati militari. È stata la più dura condanna che sia mai stata inflitta ad un obiettore di coscienza. Il Parlamento poi votò amnistia e indulto (3 giugno 1966). Fabbrini rifiutò l’amnistia e si è sempre vantato di avere quella condanna sulla fedina penale. Ma non poté dire di «no» all’indulto che serviva a svuotare le carceri e così dopo aver scontato sei  mesi  di  reclusione al Carcere militare di Forte Boccea in Roma tornò libero.

«Quattro giorni dopo la condanna – racconta Fabbrini – mi arrivò il telegramma che mi diceva che non ero più assistente di storia all’Università di Roma. Allora La Pira mi spedì un telegramma dicendo: “Se da Roma la cacciano, a Firenze c’è posto per lei”. A giugno venni a Firenze, per ringraziare La Pira. In realtà il posto non c’era e dovetti fare il concorso per insegnare storia e filosofia alle superiori. Poi nel 1969 si liberò un posto di assistente ordinario. Vinsi quel concorso e divenni assistente ordinario di Giorgio La Pira». Appena uscito di prigione dette alle stampe il libro Tu non ucciderai: i cattolici e l’obiezione di coscienza in Italia (Firenze, Cultura ed., 1966). «Venne presentato a Roma alla fine di giugno ’66 da La Pira e da altri parlamentari. Allora era il momento di maggiore tensione sul problema. C’era il Vietnam… E nel mio libro il primo caso di cui mi occupavo era quello di La Pira e della proiezione che fece a Firenze nel novembre del 1961 del film di Autant-Lara: Tu ne tueras pas (non uccidere). Il film racconta la storia di un obiettore di coscienza. La Pira finì sotto processo per quella proiezione, venne inizialmente condannato e infine prosciolto».

La sua vicenda, che ebbe grande clamore, fu uno dei gesti che portarono poi nel 1972 alla legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare. Fabbrini è morto il 23 gennaio 2019.  Aveva 81 anni.  Non possiamo avere che un pensiero di gratitudine per chi, come il prof. Fabbrini, pagando di persona col carcere, profeticamente ha aperto una strada. Nelle nostre coscienze, prima che nella legge.

Carlo Parenti