Come Ulisse ed i suoi compagni anche noi, infine
“……venimmo a quella foce stretta
dov’ Ercule segnò li suoi riguardi
accio’ che l’ uom piu’ oltre non si metta”.
Davanti a noi, oltre le Colonne d’Ercole della nostra conoscenza, si spalanca, sconfinato, un mare. Un oceano difficile da solcare perché l’armamento di cui disponiamo non regge la forza del vento che gonfia le vele. In altri termini, la nostra riflessione etica, per forza di cose laboriosa e lenta, controversa e faticosa, non sa reggere il passo delle nuove tecnologie che ci consentono – dalla genetica, alle neuroscienze, dalle nanotecnologie, alla trapiantologia più avanzata, fino all’ IA – di intervenire addirittura sulla nostra più profonda struttura biologica e bio-psichica.
Siamo consegnati a noi stessi, ad una sorta di rivoluzione copernicana, fino al limite di una pervasività impensabile.
Alimentando timori, stupore, sorpresa e, nel contempo, speranze, attese ed illusioni. E’ rimessa in discussione e sta cambiando la stessa concezione che abbiamo di noi stessi, l’ auto-comprensione dell’ umanità, sospinta dal duro, rapido, inatteso impatto antropologico con quella nuova “potenza” che, fin dagli anni venti del secolo scorso, Romano Guardini ci segnalava come la sfida che tocca, oggi, a noi, alla nostra generazione, domare e governare.
E cosa c’entra la politica con tutto ciò? C’entra. Eccome se c’ entra ed, infatti, abbiamo cercato di darne conto anche nelle tesi congressuali di INSIEME.
Scienza e tecnica da decenni – secondo un passo via via più accelerato – incrementano la loro efficacia, come Prometeo rubano il fuoco agli dei, alimentano la nostra ybris, modificano radicalmente il rapporto tra uomo e natura.
Quest’ ultima non è più avvertita come l’orizzonte scontato, il referente normativo obbligato entro cui si muovono le azioni dell’ uomo. La cui volontà ed i desideri, l’illusione di potersi fare da sé, fino a concepirsi come il fondamento ultimo della stessa propria ragion d’essere, fino a ricercare il distacco da ogni forma di dipendenza – si tratti della Natura o piuttosto del Creatore – si avvalgono di un’autonomia fin qui sconosciuta rispetto ai vincoli oggettivi che derivano dalla struttura della realtà naturale.
Scienza e tecnica fuoriescono dall’ambito del loro specifico linguaggio e sollevano, in un altro contesto discorsivo, questioni di ordine filosofico e morale. Stiamo diventando, come non mai, in un sol tempo, soggetto ed oggetto delle nostre azioni e della nostra conoscenza, come se ci avvolgessimo nel bozzolo di un circuito autoreferenziale difficile da sciogliere. Se non acquisendo di noi stessi, ad un livello superiore di conoscenza, una meta-cognizione di chi e cosa davvero siamo. Come se avessimo bisogno – ed, in effetti, è così – di collocarci al di fuori, al di là della nostra identità sostanziale e da questo luogo ectopico, cercare di cogliere, d’un sol sguardo, la conoscenza della conoscenza che abbiamo di noi stessi. Un esercizio per nulla scontato, anzi difficile che pur dobbiamo via via apprendere e perfezionare se non vogliamo cadere in balia di eventi che si fanno da sé.
Peraltro, per quanto rovistiamo tra gli arnesi delle vecchie e nuove ideologie, non troviamo strumenti, concetti, categorie interpretative che siano in grado di dare una risposta esauriente e rassicurante allo spaesamento che ci ha presi. Siamo indotti a credere che tutto ciò che è tecnicamente fattibile sia, per ciò stesso, per questa sola ragione, anche eticamente legittimo. Si tratta di un convincimento che, senza essere criticamente messo a tema, via via, attraverso un processo di incontrastata osmosi, si allarga sempre più e conquista l’opinione pubblica, diventa costume ed orientamento quotidiano dei nostri comportamenti. Non ci rendiamo conto che, in questa direzione, ci abbandoniamo alla più devastante alienazione, nella misura in cui consegniamo alla mera fattualità della tecnica quella facoltà di discernere il bene dal male che è, invece, prerogativa esclusiva della nostra coscienza.
La cultura, le forze sociali e quelle politiche – appunto gli stessi partiti, in primo luogo – anziché pretendere di riassorbire questo vastissimo quadro tematico nella cornice dei loro criteri di giudizio consolidati una volta per tutte e spesso ideologicamente ossificati, se ne devono lasciar provocare ed interrogare a fondo, per dare vita ad un processo che potremmo chiamare di “rifondazione antropologica” della politica. Riportandola a chiavi di lettura, concetti, parametri e criteri di giudizio che sappiano farsi carico di questa “nuova umanità ”. Non in termini teoretici o astratti, ma, anzitutto, ad esempio, nel concreto lavoro legislativo attorno alle cosiddette questioni “eticamente sensibili”.
E’ necessario che ciascuno per sé e tutti collettivamente riesaminiamo i nostri rispettivi presupposti ideali per verificarli a fronte di un tornante talmente impervio della vicenda umana. C’è da fare un salto e tutti guadagnare – da qualunque retroterra culturale si provenga – ad un più alto livello, la consapevolezza che il valore intangibile della vita è il cardine che regge l’ intero impianto della nostra civiltà.
Domenico Galbiati