Purtroppo la Calabria, terra di grandi giuristi e grandi politici, e sin dall’antichità bacino culturale e storico di indubbia grandezza, ci ha dato ancora una volta una fotografia che dovrebbe far riflettere l’intera politica italiana.

Il dato più impressionante delle elezioni suppletive nel collegio Reggio Calabria-Locri non è infatti soltanto il risultato dei candidati. È l’affluenza: ha votato appena il 22,34% degli aventi diritto. Quasi quattro elettori su cinque hanno scelto di non andare alle urne. Nel 2022, nello stesso collegio, l’affluenza era stata del 49,40%, anche se allora si votò in una sola giornata.

È un dato che dovrebbe interrogare prima di tutto la politica. Perché una democrazia nella quale la maggioranza degli aventi diritto non sente il bisogno di partecipare non può accontentarsi di proclamare vincitori e sconfitti. Il problema riguarda tutti: chi governa la Calabria, chi governa il Paese e chi aspira a sostituirlo. Eppure, abbiamo sentito dire che così vanno le cose nelle suppletive e che non dobbiamo meravigliarcene.

Come sempre più si sta constatando a livello nazionale, la realtà è che la distanza tra la società calabrese e la politica appare dunque enorme. E ancora più significativo è che, in un’occasione nella quale si sarebbe potuto esprimere un voto di cambiamento, neppure le opposizioni siano riuscite a trasformare quella possibilità in una mobilitazione capace di richiamare alle urne una parte molto più consistente dei cittadini.

Il cambio di casacca e la progressiva volgarizzazione del confronto politico

Poi c’è il capitolo, ormai quasi inevitabile, del cambio di casacca. Siamo arrivati al punto di vedere un esponente importante di Forza Italia, Domenico Giannetta, già Capogruppo regionale del partito, candidarsi con Futuro Nazionale, la formazione di Roberto Vannacci, proprio alla vigilia del voto. La candidatura è stata letta politicamente come uno «scippo» a Forza Italia.

Per decenni abbiamo sentito proprio gli esponenti del partito di Berlusconi lamentare il trasformismo e i cambi di appartenenza. Il fenomeno non è naturalmente esclusivo di una parte politica: il bipolarismo italiano ha conosciuto per anni passaggi da uno schieramento all’altro, con le alterne vicende dei governi Berlusconi e Prodi a ricordarci quanto il tema della stabilità delle appartenenze sia diventato una questione strutturale della nostra politica.

Ma c’è qualcosa che colpisce ancora di più: la progressiva volgarizzazione del confronto politico.

La campagna elettorale calabrese, almeno per ciò che abbiamo visto raccontato sui giornali, ha offerto anche questo. Dalle provocazioni da commedia di costume alla polemica sulla fotografia manipolata della sottosegretaria di Forza Italia Matilde Siracusano, pubblicata da Vannacci alla vigilia del voto. La fotografia era stata modificata digitalmente, facendo apparire una scollatura che nell’immagine originale non c’era; l’episodio ha provocato una dura reazione di Forza Italia e della stessa Siracusano.

È difficile non chiedersi se questo sia davvero il livello al quale vogliamo ridurre la competizione politica: non il confronto sulle idee, sui problemi della Calabria, sulle condizioni della sanità, sul lavoro, sui giovani, sulle infrastrutture e sul futuro di una regione che continua ad avere enormi potenzialità, ma la ricerca dell’insulto, della provocazione e dell’umiliazione dell’avversario.

E tuttavia sarebbe troppo facile fermarsi qui e attribuire tutto alla destra.

Se a destra fanno piangere, lacrime anche per la sinistra

La destra ha vinto la competizione elettorale e naturalmente ha motivo di rivendicare il proprio risultato. Ma il 22,34% di partecipazione dovrebbe essere anche motivo di riflessione e, soprattutto, di sobrietà. Si può vincere un’elezione e, nello stesso tempo, trovarsi davanti a un problema enorme di rappresentanza. Il voto non è soltanto il risultato di chi entra in Parlamento. È anche la quantità di cittadini che hanno deciso di partecipare alla scelta.

Domanda che riguarda anche l’opposizione. Il suo messaggio continua troppo spesso a rimanere confinato dentro il perimetro di quella minoranza che già la vota. Non basta sommare i partiti, mettere insieme sigle diverse o costruire coalizioni elettorali. Per riportare le persone alle urne serve qualcosa di più: una novità riconoscibile, un sommovimento autentico delle coscienze, qualcosa che riesca a trasformare la politica da calcolo elettorale in passione civile.

In Italia lo abbiamo visto accadere in altre occasioni: nelle grandi manifestazioni per i diritti delle donne, nelle mobilitazioni contro la guerra a Gaza, nel referendum sulla giustizia. Al di là delle diverse opinioni politiche su quelle mobilitazioni, il dato che interessa è un altro: quando una questione riesce a toccare una parte profonda della società, le persone tornano a muoversi e a coinvolgersi. La politica, invece, sembra spesso incapace di intercettare quella domanda.

Ulteriore avvertimento per tutta l’Italia

Ed è qui che la Calabria dovrebbe diventare un ulteriore avvertimento per tutta l’Italia. Non basta esultare perché il proprio candidato ha vinto. Non basta contare i voti degli avversari. Non basta immaginare che la partita democratica sia risolta dal risultato delle urne. Perché se alle urne arriva poco più di un elettore su cinque, il problema non è soltanto chi ha vinto. È perché gli altri quattro non hanno ritenuto che valesse la pena votare.

E questo riguarda anche una sinistra che potrebbe, un giorno, tornare a vincere a livello nazionale. Ma quale sarebbe il significato di una vittoria costruita in urne sempre più vuote?

La politica italiana dovrebbe cominciare a porsi questa domanda prima che sia troppo tardi.

Perché arrivare alla poltrona è una cosa. Riuscire a convincere i cittadini che quella poltrona, e soprattutto la democrazia che la rende possibile, appartengono ancora anche a loro, è un’altra cosa.

 

About Author