Il termine “stalking” deriva dall’inglese stalk, traducibile con “appostare, braccare, pedinare”, sebbene per comprendere a fondo il significato di esso è utile andare oltre la semplice definizione linguistica.

Le vittime di stalking subiscono conseguenze psicologiche ed emotive profonde come ansia, depressione, disturbi del sonno, attacchi di panico e isolamento, oltre a sintomi fisici come disturbi alimentari o aumento del consumo di sigarette e alcol.

Inoltre lo stalking può portare a un costante stato di allerta e a un senso di impotenza, logorando l’autostima e la fiducia nella vita.

Non si tratta di un singolo gesto inopportuno, ma di un insieme di comportamenti persecutori, ripetuti e intrusivi, che erodono lentamente la libertà e la serenità di una persona perché chi lo subisce si sente costantemente osservato, privato della propria privacy e sicurezza. È una forma di violenza che non si esaurisce in un momento, ma si insinua nella vita quotidiana, generando un profondo stato di angoscia.

Questo fenomeno si manifesta attraverso una serie di azioni ossessive, come:

  • Pedinamenti e appostamenti: la sensazione angosciante di essere seguiti nei propri spostamenti, che sia mentre si va al lavoro, si fa la spesa o si esce con gli amici.
  • Molestie telefoniche e digitali (cyberstalking): un bombardamento di chiamate, messaggi, email o commenti sui social media che invadono lo spazio personale e digitale, rendendo impossibile trovare un rifugio.
  • Minacce: parole che incutono paura, a volte esplicite, altre volte velate, rivolte non solo alla persona ma anche ai suoi affetti più cari, con l’obiettivo di isolarla e controllarla.
  • Danneggiamento di proprietà: atti vandalici contro l’auto, la casa o altri beni personali, usati come un avvertimento o una dimostrazione di potere.
  • Invio di regali non desiderati: un tentativo di mantenere una presenza costante e inquietante, trasformando un gesto apparentemente innocuo in un atto di controllo psicologico.

Molte vittime che vivono questa esperienza si chiedono se questi comportamenti siano punibili. La risposta è chiaro ed inequivocabile: lo stalking è un reato e punito dall’art 612 bis come “atti persecutori”, tuttavia, affinché si configuri non basta un singolo episodio.

La legge trova applicazione quando le condotte persecutorie sono ripetute e provocano nella vittima almeno una delle seguenti conseguenze, documentabili anche a livello psicologico:

  • Un perdurante e grave stato di ansia o di paura, che rende la vita quotidiana un’esperienza di costante tensione.
  • Un fondato timore per la propria incolumità o per quella di una persona cara, come un familiare o il partner.
  • La costrizione a cambiare le proprie abitudini di vita, come modificare il tragitto per andare al lavoro, cambiare numero di telefono o smettere di frequentare luoghi amati per paura di incontrare il persecutore.

È fondamentale sapere che la legge considera delle aggravanti che aumentano la severità della pena per es., se a commettere il reato è un ex partner o un coniuge (anche se separato o divorziato),o se lo stalking avviene tramite strumenti informatici, come nel caso del cyberstalking, condotte ormai divenute negli ultimi tempi molto frequenti

  •      Il profilo psicologico dello stalker

Analizzare il profilo psicologico di chi commette stalking non ha lo scopo di giustificarne le azioni, ma di far luce sulle dinamiche disfunzionali che innescano la persecuzione.

Comprendere queste caratteristiche può aiutare la vittima a realizzare che il problema non risiede in lei,ma in chi agisce il comportamento. Spesso, dietro l’ossessione si nascondono profonde insicurezze emotive e relazionali.

La ricerca psicologica ha tentato di classificare i comportamenti di stalking in cinque diverse tipologie ed una delle più note é quella proposta da Mullen e colleghi (1999), .

  • L’ex partner non accetta la fine della relazione

È la tipologia più comune. La fine della relazione viene vissuta come un abbandono intollerabile, una ferita profonda al proprio senso di valore. La persecuzione diventa un tentativo disperato di mantenere un legame, anche se tossico e doloroso.

  • Il corteggiatore incompetente. 

Questa persona vive in una fantasia relazionale in cui ogni segnale, persino un chiaro rifiuto, viene distorto e ilenza dinterpretato come un incoraggiamento. Non riesce a vedere la realtà della relazione e si convince di un legame che non esiste.

  • Il Cercatore di intimità. 

E’ motivato dal desiderio di instaurare una relazione affettiva o romantica con la vittima, spesso idealizzata. Questo profilo è frequentemente associato a deliri erotomani o altre forme di pensiero psicotico, in cui l’individuo crede erroneamente che i propri sentimenti siano ricambiati.

Agisce per vendetta o rivalsa, percependosi come vittima di un’ingiustizia da parte della persona perseguitata. Il suo comportamento è guidato da rabbia e desiderio di intimidire o far soffrire la vittima, spesso per alimentare un senso di potere o giustificazione personale.

Osserva e segue la vittima in modo furtivo e pianificato, spesso come preludio a un’aggressione sessuale. È motivato da un desiderio di controllo, dominio o gratificazione sessuale, e trae piacere dal terrore e dalla vulnerabilità che riesce a infliggere.

Alla radice di questi comportamenti spesso si ritrova una profonda paura della solitudine.

L’altra persona cessa di essere vista come un individuo con una propria volontà e diventa un oggetto da possedere, un modo per tentare di riempire un incolmabile vuoto interiore.

Ecco alcune indicazioni per contrastare il fenomeno,secondo le Forze dell’Ordine:

  1. Interrompere ogni contatto: questo è il passo più difficile ma anche il più cruciale. Sii categorico/a. Non rispondere a messaggi, chiamate o qualsiasi altro tentativo di approccio. Dal punto di vista psicologico, ogni tua risposta, anche se di rabbia, viene interpretata dal persecutore come un segnale di attenzione e rinforza il suo comportamento.
  2. Documentare ogni singolo episodio: conserva tutto. Fai screenshot di messaggi ed email, annota date, orari, luoghi e descrizioni dettagliate di ogni molestia o appostamento. Questa raccolta di prove sarà indispensabile per una futura denuncia per stalking.
  3. Informare le persone fidate: non affrontare tutto in solitudine. Parlane con familiari, amici fidati o colleghi. Renderli consapevoli della situazione non solo ti darà supporto emotivo, ma aumenterà anche la tua sicurezza fisica.
  4. Ricorrere all’ammonimento del Questore: prima della denuncia, esiste una misura di prevenzione chiamata ‘ammonimento’. È una procedura più rapida in cui il Questore avvisa formalmente il persecutore di interrompere ogni comportamento molesto.
  5. Sporgere denuncia o querela: ricorda che lo stalking è un reato. Puoi presentare una querela presso le Forze dell’Ordine (Polizia o Carabinieri) entro 6 mesi dall’ultimo atto persecutorio. Porta con te tutte le prove che hai raccolto.
  6. Chiamare il numero 1522: non esitare a contattare il numero gratuito anti violenza e stalking. È attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e offre ascolto, supporto qualificato e orientamento sulle azioni da intraprendere.
  •        Le conseguenze psicologiche per la vittima

Subire stalking è un’esperienza traumatica che lascia ferite profonde (Hauch & Elklit, 2023). L’impatto psicologico dello stalking va ben oltre la paura del momento: logora la fiducia, l’autostima e il senso di sicurezza nel mondo. La vittima è costretta a vivere in un costante stato di allerta, come se il pericolo fosse sempre dietro l’angolo. Questa ipervigilanza cronica degenerare in veri e propri disturbi, tra cui:

  • Disturbo d’ansia generalizzata: una preoccupazione costante e pervasiva, accompagnata da tensione muscolare, irritabilità e difficoltà a rilassarsi.
  • Disturbo da stress post-traumatico (DPTS): la mente rivive il trauma attraverso flashback, incubi e un’ipervigilanza che porta a evitare qualsiasi situazione, luogo o persona che possa ricordare la persecuzione.
  • Depressione: un velo di tristezza, perdita di interesse per le attività che un tempo davano gioia, sentimenti di impotenza e disperazione che possono diventare totalizzanti.
  • Isolamento sociale: la paura e la vergogna possono spingere a ritirarsi dalla vita sociale, allontanandosi proprio da quelle relazioni che potrebbero offrire supporto e conforto.

Conclusioni

La violenza di genere è divenuta negli ultimi anni un fenomeno in espansione a livello mondiale. In Italia, nel 2013, 128 donne sono state uccise: nell’83% dei casi il delitto è avvenuto tra le mura domestiche; ma molte altre sono le donne che sopravvivono subendo violenze di tipo fisico, sessuale e psicologico.

Infatti, da una ricerca condotta dall’Unione Europea (Violence Against Women, 2014)emerge come in Italia il 19% delle donne nel corso della vita ha subito violenze fisiche o sessuali,il 38% ha subito abusi psicologici e il 9%  stalking (quasi sempre dai loro ex mariti o conviventi). Inoltre, il 62% dei maltrattamenti sulle donne sono avvenuti in presenza dei figli (Istat 2008).

Importantissimo è anche considerare l’elevato tasso di idee suicidarie presenti nelle vittime di stalking, e quindi fare particolare attenzione alle proprietà disinibenti dei farmaci prescritti, per evitare le prescrizioni potenzialmente letali, se assunte a scopo autolesivo.

Le vittime possono trovare beneficio, comunque, preso i gruppi di auto-aiuto, tramite i quali i partecipanti possono ridurre i sentimenti di isolamento e ricercare invece un senso di reciproca comprensione e conferma.

Nel percorso è importante anche includere il partner, se presente, e i familiari più significativi. Essi, spesso, possono essere fonte di informazioni collaterali, che permettono di sviluppare strategie migliori per affrontare il problema e possono anche sostenere la vittima nelle sue esigenze di sicurezza.

Mario Pavone

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