Con questo breve contributo vorrei presentare in forma sintetica le nozioni di Stato e di società nel pensiero politico di Aldo Moro e di Luigi Sturzo. Le rispettive prospettive teoriche differivano profondamente, essendosi il primo formato in un contesto culturale egemonizzato dalla componente gentiliana e idealistica, a differenza del secondo che la combatté per tutta la vita, elaborando una teoria plurarchica delle forme sociali, influenzato anche dalla cultura politica liberale anglosassone con la quale entrò direttamente in contatto durante gli anni del ventennale esilio londinese e statunitense.

Moro, da segretario della Democrazia Cristiana, dichiarerà il grande merito di Sturzo nel campo dell’autonomismo, del municipalismo, dell’europeismo e dell’aconfessionalità. Riconoscerà a Sturzo il merito di aver alzato per primo la bandiera dell’antifascismo e di averlo fatto con grande dignità e coraggio. In questo modo, commenta Moro, «Sturzo potè così realizzare il progetto di disincagliare il Partito dalla collaborazione, mettendo in risalto la profonda incompatibilità ideologica fra il fascismo e i Popolari e costringendo Mussolini a rompere». Qui credo risieda uno dei caratteri di maggiore attualità e profondità del pensiero di Moro; lo statista democristiano ammette che, una volta accettata la tesi sturziana circa l’inquadramento del fenomeno fascista come «manifestazione della reazione», si riapre la lotta tra democrazia e reazione e i cattolici non possono non stare dalla parte del regime democratico e rappresentativo, i caposaldi dell’ordinamento liberale.

In breve, per Moro la società è la «pluralità degli uomini» che prende vita in forza del «moto dello spirito», consentendoci di cogliere il significato più autentico dell’operosità umana: cooperare in una fitta rete di rapporti, in virtù dei quali gli interessi e i fini s’intrecciano tra di loro, dando forma all’esperienza umana, nella quale «la verità dell’uomo si realizza».

Il minimo comun denominatore che tiene unita tale molteplicità è data dalla relazione che pur implicando il pluralismo lo supera attraverso l’instaurazione dell’unità, la quale non è mai «unità indifferenziata», pur non recando più traccia di quella originaria molteplicità dalla quale «è scaturita».

Il processo di formazione dello Stato, afferma Moro, ripercorre quello degli individui in società, ossia, attraverso la pluralità delle forme sociali si procede verso una sempre maggiore individualità singola, fino a giungere dall’individualità singola all’universale rappresentato dallo Stato; ciò significa che, per Moro, lo Stato rappresenta una forza centripeta, un qualcosa che è presente in ogni persona e che consente a ciascuno di fare l’esperienza del vivere sociale. Per tale ragione, mediante la sua implementazione giuridica, lo Stato – sono le parole di Moro – «rappresenta l’aggregato cui spetta il compito, ed al quale correlativamente inerisce la possibilità, di rappresentare, fra tutte, la più energica vocazione all’unità e perciò coordinatrice di tutte le altre».

Sturzo differisce profondamente da tale prospettiva e definisce lo stato come un «nome astratto atto ad indicare l’organizzazione della pubblica amministrazione» e lo identifica, nello svolgersi concreto della vicenda storica, con la «classe di dominio» o «classe politica» ovvero «élite politica». Ne consegue che la negazione dei limiti giuridici al potere da parte di coloro che lo detengono condurrebbe gli stessi a operare nell’arbitrio, in nome di una violenza legalizzata; non importa se al vertice di tale organizzazione sieda una sola persona, un gruppo di oligarchi ovvero una «folla rivoluzionaria».

Sturzo contesta nella maniera più assoluta la deriva statolatrica e non ammette nessun cedimento allo Stato come entità a se stante, assoluta e deificata. Lo stato per Sturzo è la concretizzazione della forma sociale politica: una delle tre forme sociali primarie; la forma sociale che esprime la comunità civica. Sturzo, al pari dei teorici ordoliberali e dell’economia sociale di mercato, non nega che in casi di necessità lo stato possa intervenire, ma circoscrive tali casi a situazioni di emergenza, per un periodo temporaneo e in via secondaria e sussidiaria.

Pur riconoscendo la distanza insanabile che separa la filosofia politica dei due pensatori, credo sia possibile e persino doveroso ricercare nella cultura politica di Moro e di Sturzo quel tratto comune che li spinse a dare la loro vita per il bene del Paese; entrambi operarono nel campo della politica, intesa come la “più alta forma di carità”, “prudente sollecitudine per il bene comune”, “via istituzionale della carità” e adottando un metodo che vede nel partito uno strumento per la soluzione dei problemi e non una fonte di verità e nella democrazia una costante discussione critica su questioni di interesse comune, la ricerca di un maggiore consenso sul legittimo dissenso.

Flavio Felice