Donald Trump ha costruito tutta la sua identità politica sull’idea di essere l’uomo che controlla tutto, quello che “chiama i colpi”, che non si lascia trascinare dagli eventi ma li domina. E invece, come sottolinea il New York Times, a cento giorni dopo l’inizio della guerra con l’Iran, si ritrova esattamente dove non voleva essere: impantanato in un conflitto che non riesce a governare. Costretto a inseguire gli sviluppi invece di guidarli. È la stessa trappola in cui erano caduti i suoi predecessori, compreso Joe Biden, che aveva promesso di “chiudere le guerre infinite” e si era poi ritrovato a gestire il caos del ritiro dall’Afghanistan e la crisi di Gaza.
Trump, che ama mostrarsi come il leader che impone la linea, appare improvvisamente nervoso, contraddittorio, quasi reattivo. Un giorno dice al Financial Times che Netanyahu “non avrà scelta” e che decide tutto lui; il mattino dopo, alle 5:30, implora su social: “Iran e Israele devono smettere di sparare”. È l’immagine plastica di un Presidente che non controlla più la narrativa, né gli alleati, né i nemici.
La guerra, iniziata il 28 febbraio come una “piccola escursione”, è diventata un pantano. Trump nega di aver mai promesso di evitare le “guerre senza fine”, ma il fatto stesso che debba giustificarsi mostra quanto la situazione gli stia sfuggendo. E mentre lui insiste che “sta per finire”, i fatti raccontano altro: lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso, gli Stati Uniti non riescono a forzare il blocco iraniano, e Teheran non concede nulla sul nucleare. È un fallimento strategico che nessuno alla Casa Bianca aveva previsto.
Gli analisti citati dal New York Times sono duri: Trump ha sovrastimato la potenza americana e sottovalutato l’Iran. È la stessa illusione che ha accompagnato vent’anni di politica americana in Medio Oriente: l’idea che la superiorità militare basti a piegare la realtà. Ma l’Iran non è crollato, non ha ceduto, e anzi ha dimostrato di poter colpire dove fa più male: petrolio, rotte marittime, prezzi della benzina. Tutte cose che pesano politicamente negli Stati Uniti, soprattutto a pochi mesi dalle elezioni di midterm.
In questo quadro, il rapporto con Netanyahu diventa un’altra fonte di tensione. Trump è irritato dagli attacchi israeliani in Libano, al punto da chiamare il premier israeliano e insultarlo. Eppure, paradossalmente, Netanyahu dipende da lui: senza il sostegno americano, la sua posizione politica in Israele sarebbe molto più fragile. Trump può quindi esercitare pressione su Gerusalemme, e lo fa. Ma — ed è il punto cruciale dell’articolo — non riesce a esercitare la stessa pressione su Teheran. Può cambiare la linea di Israele, ma non quella dell’Iran. E questo lo lascia in una posizione di debolezza che non aveva previsto.
Il risultato è un presidente che appare intrappolato: non vuole una guerra lunga, ma non riesce a chiuderla; vuole mostrare forza, ma la realtà gli impone compromessi; vuole imporre un accordo, ma rischia di accettarne uno peggiore pur di uscirne. È la parabola classica dei presidenti americani in Medio Oriente: si entra convinti di controllare tutto, e si finisce per essere controllati dagli eventi.
In altre parole, Trump è finito a fare esattamente ciò che non voleva fare.