A prima vista, il viaggio di Xi Jinping al Cairo dello scorso primo settembre – e su cui si è già intervenuti su questa pagine (CLICCA QUI) – potrebbe apparire come una visita di Stato dal forte valore simbolico, legata soprattutto alla celebrazione dei settant’anni di relazioni diplomatiche tra Cina ed Egitto.
Il Presidente cinese è arrivato nella capitale egiziana il 1° settembre e vi è rimasto fino al 2, su invito del presidente Abdel Fattah al-Sisi, in coincidenza con un anniversario che richiama una storia diplomatica particolarmente significativa: nel 1956 l’Egitto fu infatti il primo Paese arabo e africano a stabilire relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese.
Ma fermarsi a questa spiegazione significherebbe cogliere soltanto la superficie dell’evento. Il vero significato della visita emerge soltanto se la si colloca nel quadro della drammatica trasformazione che il Medio Oriente sta attraversando. Xi è arrivato al Cairo mentre la regione è nuovamente immersa in una fase di forte instabilità, segnata dal conflitto tra Stati Uniti e Iran, dalle conseguenze della guerra di Gaza, dalle tensioni nel Golfo e dalle difficoltà che stanno interessando le principali arterie commerciali ed energetiche della regione. La crisi ha avuto ripercussioni persino sullo Stretto di Hormuz e sul traffico attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez, coinvolgendo direttamente gli interessi economici della Cina.
È dunque difficile considerare casuale la scelta di Pechino. Xi non è andato semplicemente in Egitto: è andato nel cuore geografico e politico di una regione nella quale l’ordine costruito negli ultimi decenni intorno alla centralità americana appare oggi molto meno solido di quanto fosse in passato.
Ed è proprio questa la prima chiave di lettura della visita
La Cina non sta cercando, almeno per ora, di sostituire gli Stati Uniti nel ruolo di potenza dominante del Medio Oriente. Una simile interpretazione sarebbe probabilmente eccessiva. Pechino non dispone né della rete di alleanze militari, né delle basi, né della presenza di sicurezza che Washington ha costruito nella regione. La strategia cinese è diversa e, proprio per questo, potenzialmente più interessante: consiste nell’accrescere progressivamente la propria influenza senza assumere necessariamente gli stessi costi politici e militari sostenuti dagli Stati Uniti.
Il modello cinese passa innanzitutto attraverso il commercio, gli investimenti, le infrastrutture, l’energia, la tecnologia e la diplomazia. La Cina può diventare indispensabile senza necessariamente diventare egemone. È una distinzione fondamentale.
L’Egitto occupa, in questo disegno, una posizione privilegiata
Il Paese di al-Sisi è molto più di uno Stato arabo tra gli altri. È il Paese che controlla una delle principali arterie del commercio mondiale attraverso il Canale di Suez; è una potenza demografica, militare e politica di primo piano nel mondo arabo; possiede un peso diplomatico considerevole nelle questioni palestinese, libica e sudanese; ed è contemporaneamente legato agli Stati Uniti da rapporti strategici profondi, pur cercando negli ultimi anni di diversificare le proprie relazioni internazionali.
Per Pechino, dunque, rafforzare il rapporto con il Cairo significa acquisire una posizione più solida nel punto di intersezione fra Mediterraneo, Africa, Mar Rosso e Medio Oriente.
Non è un caso che negli ultimi anni gli investimenti cinesi in Egitto siano cresciuti proprio nei settori che assumono maggiore importanza strategica: industria, infrastrutture, porti, energia e tecnologie. Durante la visita sono stati inoltre sottoscritti accordi e memorandum relativi, tra l’altro, alla Belt and Road Initiative, all’intelligenza artificiale, al commercio, all’industria e alle catene di approvvigionamento. La relazione bilaterale, quindi, non viene semplicemente celebrata: viene proiettata verso una nuova fase, nella quale l’interdipendenza economica diventa uno strumento della strategia geopolitica.
Ma c’è un elemento ancora più importante
La crisi mediorientale sta mostrando quanto siano fragili le connessioni sulle quali poggia l’economia globale. Per la Cina, che dipende in maniera rilevante dalle importazioni energetiche provenienti dal Golfo e che ha costruito una parte crescente dei propri commerci sulle grandi direttrici marittime asiatico-europee, la stabilità del Medio Oriente non rappresenta una questione lontana. È una questione direttamente collegata alla propria sicurezza economica.
Se il Golfo diventa insicuro, se Hormuz viene messo in discussione, se il Mar Rosso diventa una zona di rischio e se Suez perde traffico e affidabilità, a essere colpita non è soltanto l’economia europea o quella americana: viene colpito anche il modello di sviluppo cinese fondato sull’integrazione commerciale globale.
È significativo, quindi, che Xi abbia dichiarato la disponibilità della Cina a collaborare con i Paesi della regione per garantire la sicurezza della navigazione marittima, insistendo contemporaneamente sulla necessità che i Paesi mediorientali siano “padroni dei propri affari” e opponendosi alle interferenze esterne.
Dietro questo linguaggio diplomatico si intravede una precisa concezione dell’ordine internazionale
La Cina propone al Medio Oriente una formula alternativa a quella tradizionalmente associata alla presenza americana: non necessariamente un nuovo sistema di alleanze, ma un sistema nel quale le potenze regionali possano diversificare i propri rapporti e nel quale Pechino si presenta come partner economico, diplomatico e, progressivamente, anche strategico.
Il messaggio è rivolto innanzitutto agli interlocutori arabi, ma non soltanto a loro. È rivolto anche a Washington.
Il viaggio di Xi al Cairo arriva infatti in un momento particolarmente significativo nei rapporti sino-americani. Il presidente cinese è impegnato in una più ampia offensiva diplomatica che comprende i rapporti con la Russia, l’Asia centrale, il Medio Oriente e, successivamente, il previsto incontro con Donald Trump a Washington.
In questa prospettiva, il Cairo assume quasi il valore di una dichiarazione politica: la Cina vuole essere considerata una potenza globale capace di agire contemporaneamente su più scacchieri e di parlare con interlocutori che appartengono a sistemi politici e alleanze differenti.
Ed è qui che emerge un’altra caratteristica essenziale della diplomazia cinese. Pechino non chiede necessariamente ai propri partner di scegliere tra Cina e Stati Uniti.
Questo è particolarmente evidente nel caso dell’Egitto. Il Cairo non sta abbandonando Washington. Gli Stati Uniti restano per l’Egitto un partner essenziale sul piano militare e diplomatico e continuano a esercitare un’influenza importante sulle questioni di sicurezza regionale. Allo stesso tempo, tuttavia, l’Egitto sta cercando di ampliare il proprio spazio di manovra attraverso rapporti più stretti con Cina, Russia, Europa e altre potenze.
Questa strategia egiziana è, in fondo, uno dei fenomeni più interessanti della fase attuale: non la sostituzione di una potenza con un’altra, ma la progressiva trasformazione di un sistema dominato da un unico centro in un sistema nel quale gli Stati regionali cercano di avere più interlocutori e più opzioni.
È precisamente questo il terreno sul quale la Cina sa muoversi meglio. La sua forza non risiede soltanto nella capacità di offrire capitali o infrastrutture. Risiede nella disponibilità a costruire relazioni con governi molto diversi tra loro senza pretendere necessariamente una trasformazione politica interna dei Paesi partner. La Cina può dialogare contemporaneamente con l’Iran, con le monarchie del Golfo, con l’Egitto, con la Turchia e mantenere rapporti con Israele. Non deve necessariamente scegliere un solo campo.
Questa flessibilità rappresenta uno dei principali vantaggi strategici di Pechino. E spiega anche perché il viaggio al Cairo non debba essere interpretato come un semplice gesto di solidarietà nei confronti dell’Egitto, né come l’annuncio dell’ingresso della Cina nel tradizionale gioco delle alleanze mediorientali.
Xi sta facendo qualcosa di più sottile: sta cercando di diventare una componente strutturale del nuovo equilibrio regionale. L’obiettivo non è necessariamente comandare il Medio Oriente, ma fare in modo che nessuna futura architettura di sicurezza, di commercio, di energia o di infrastrutture possa prescindere dalla Cina.
La differenza è enorme
Un’America che perde influenza sarebbe sostituita, secondo una lettura semplicistica, da una Cina che ne assume il posto. La realtà che si sta delineando sembra invece più complessa: il sistema unipolare costruito attorno alla centralità americana viene progressivamente sostituito da una competizione fra più potenze e, soprattutto, da una crescente autonomia degli Stati regionali.
Il viaggio di Xi al Cairo è quindi anche un viaggio dentro questa trasformazione.
Non è un caso che la questione della sicurezza del Nilo abbia trovato spazio nella relazione tra i due Paesi. L’Egitto considera la gestione delle acque del Nilo una questione esistenziale, soprattutto nel confronto con l’Etiopia sulla Grande Diga del Rinascimento. Secondo l’analisi del Carnegie Endowment, durante la visita Pechino ha mostrato una maggiore attenzione alle esigenze egiziane sulla sicurezza idrica, un elemento potenzialmente rilevante nella futura diplomazia sul Nilo. Anche questo episodio dimostra come la relazione sino-egiziana stia diventando più sofisticata: non riguarda più soltanto infrastrutture e commercio, ma investe progressivamente i grandi dossier strategici che definiscono la sicurezza nazionale del Cairo.
E tuttavia sarebbe sbagliato attribuire alla visita un significato esclusivamente geopolitico. Vi è anche una componente economica estremamente concreta.
Per l’Egitto, la Cina rappresenta un partner capace di fornire investimenti, tecnologia e capacità industriale in una fase nella quale il Paese deve affrontare pressioni economiche considerevoli. Per Pechino, l’Egitto offre invece un mercato importante, una posizione logistica straordinaria e una porta d’accesso tanto al continente africano quanto al Mediterraneo. È una relazione nella quale gli interessi convergono.
Ma la crisi mediorientale ha trasformato quella convergenza economica in una convergenza strategica. Ed è probabilmente questo il significato più profondo della visita. Xi Jinping non è arrivato al Cairo per risolvere la crisi del Medio Oriente. La Cina non possiede, né pretende realisticamente di possedere, gli strumenti per sostituirsi agli Stati Uniti nella gestione della sicurezza regionale. Ma Xi è arrivato per affermare che il futuro del Medio Oriente non può essere costruito esclusivamente attraverso decisioni prese dalle potenze esterne e che la Cina intende essere presente quando quel futuro verrà negoziato.
Il momento scelto rende il messaggio ancora più potente
In una regione sconvolta dalla guerra e dall’incertezza, mentre le rotte energetiche e commerciali vengono messe sotto pressione e la fiducia nei tradizionali equilibri di sicurezza appare meno solida, Pechino offre una narrazione diversa: sovranità, sviluppo, commercio, infrastrutture, cooperazione e rifiuto delle interferenze esterne. Non è una posizione neutrale nel senso classico del termine. È una posizione strategica. La Cina sta infatti trasformando la propria tradizionale politica di non interferenza in una forma più sofisticata di presenza: non interviene necessariamente per imporre un ordine, ma cerca di costruire le condizioni economiche, diplomatiche e infrastrutturali affinché la propria presenza diventi indispensabile all’interno del nuovo ordine che emergerà.
Il Cairo, luogo perfetto per lanciare il messaggio
L’Egitto è abbastanza vicino agli Stati Uniti da rendere significativa la scelta cinese, ma abbastanza autonomo da poter coltivare una relazione strategica con Pechino. È arabo e africano, mediterraneo e mediorientale; controlla Suez, guarda verso il Golfo e verso il continente africano. È, in altre parole, un crocevia.
E Xi ha scelto proprio quel crocevia per dire che la Cina vuole essere parte della nuova geometria del potere.
Per comprendere fino in fondo il significato della visita, dunque, occorre evitare due interpretazioni opposte e ugualmente semplicistiche. La prima è pensare che Pechino stia per sostituire Washington come nuova potenza dominante del Medio Oriente. La seconda è considerare la missione di Xi una semplice celebrazione dell’amicizia sino-egiziana. La realtà sta nel mezzo, ed è forse proprio per questo più importante.
Xi Jinping è arrivato al Cairo per consolidare un rapporto bilaterale che ha raggiunto un livello strategico, ma soprattutto per inserirlo dentro una trasformazione più ampia dell’ordine internazionale. La Cina vuole essere una potenza globale anche nel momento in cui il mondo attraversa una fase di crescente frammentazione; l’Egitto vuole evitare di dipendere da un solo grande protettore e costruire una rete più ampia di partenariati.
In questo incontro tra le esigenze di Pechino e quelle del Cairo si trova il vero significato della visita. Il Presidente cinese non ha portato al Cairo soltanto accordi economici e dichiarazioni diplomatiche. Ha portato l’idea di un mondo nel quale il potere internazionale non debba più necessariamente essere concentrato nelle mani di una sola superpotenza. Ed è forse questa la ragione per cui il viaggio di Xi, pur essendo formalmente una visita di Stato di appena due giorni, merita di essere osservato ben oltre i confini delle relazioni tra Cina ed Egitto.
Perché ciò che è realmente in gioco non è soltanto il futuro del rapporto tra Pechino e il Cairo. È il futuro del Medio Oriente dopo la crisi dell’ordine regionale precedente. E, più in profondità ancora, è la forma che assumerà il mondo quando la centralità americana non sarà più sufficiente, da sola, a definire gli equilibri internazionali.
Il viaggio di Xi Jinping al Cairo va dunque letto come un segnale: la Cina non è più soltanto una potenza asiatica che guarda al Medio Oriente per procurarsi energia e mercati. È ormai una potenza globale che considera la stabilità della regione parte integrante della propria sicurezza e che, soprattutto, vuole avere voce nella costruzione dell’ordine che verrà.
Il Cairo, in questa prospettiva, non è stato semplicemente la destinazione di Xi Jinping. È stato il luogo scelto per mostrare al mondo che la Cina intende essere presente nel momento in cui il vecchio equilibrio del Medio Oriente sta cedendo e un nuovo equilibrio, ancora indefinito, comincia lentamente a prendere forma.
Edoardo Almagià