Ragionevole e opportuno il riferimento che il senatore Fioroni, con una dichiarazione a una agenzia di stampa,  ha fatto all’invito all’unità di Papa Francesco. Un’unità che, giustamente, deve trovare una prima dimensione in Europa e dev’essere impostata all’impronta della solidarietà.

Cosa diversa rispetto all’idea di dare vita a soluzioni destinate a suonare  incomprensibili per gli elettori, visto che si tratterebbe di mettere assieme forzatamente un insieme di posizioni sfociate finora in un contrasto estremo. L’unità sarebbe unanimismo generico. Poco credibile. Alla lunga, dannoso più che utile perché significherebbe la completa paralisi. I nemici dell’Italia e dell’Europa solo questo aspettano.

Ha ben ricordato, ieri, Domenico Galbiati ( CLICCA QUI ) la necessità che la  dialettica politica ritorni, dunque, ad essere “rispettosa dell’identità di ciascun contraente”, così com’è proprio di tutte le democrazie evolute. Un ragionamento che si salda più di quanto non sembri con quello di Enrico Seta il quale giustamente ha, tre giorni fa ( CLICCA QUI ) , parlato di un auspicabile processo di unità possibile con la partecipazione, senza pregiudizio alcuno da parte di tutti quelli che ci stanno, sulla base di un “messaggio di verità” su tre punti fondamentali: Paese reale, l’Europa e i mercati.

Solamente in Italia, e su questo pure bisognerebbe interrogarci, si tende a passare dallo scontro furiosamente contrapposto tra le parti alla pulsione a mettersi “tutti insieme”. Senza che alcun elemento pratico e politicamente razionale giustifichi questi due atteggiamenti estremi e, molto spesso, entrambi ingiustificati.

Lo stiamo verificando anche nei giorni del Coronavirus. Quando la voce preminente dovrebbe essere lasciata agli scienziati e la politica, sia quella espressa dalla maggioranza, sia quella dell’opposizione, dovrebbe accettare il momentaneo ruolo di “ancella”e adattare le pur impellenti decisioni da assumere a criteri il più possibile vicini alla ragionevolezza e, soprattutto, tenendo conto delle cause di forza maggiore che tutti costringono allo stesso modo.

Giustamente, il senatore Fioroni  mette in guardia: entrambi i due atteggiamenti di cui sopra potrebbero portare alla crisi di governo e a elezioni anticipate.

Si tratta dunque di collaborare alla definizione di un’unità realmente possibile. Destinata ad essere credibile, sostenibile e costruttiva. Stando al significato che del termine offre la Treccani: “insieme che, pur formato o derivato da più elementi o componenti, risulta tuttavia unitario, omogeneo e solidale”.

Questo del Governo di unità nazionale è tema ricorrente da giorni. Bisogna pure affrontarlo con l’intenzione di comprendere bene di cosa effettivamente si parli, quali le prospettive e, ovviamente, le concrete sue possibili forme.

Una premessa è necessaria. Non sembra che Giuseppe Conte sia di questa idea. Come ho già avuto modo di notare giorni fa, i suoi interventi indicano ben altra intenzione ( CLICCA QUI ). Quella di segnare “un’impronta personale ben marcata”e legare il proprio futuro politico al successo della battaglia contro il Coronavirus e al portare a casa risultati tangibili da Bruxelles in campo economico. Se entrambe le cose accadranno, ma pienamente, il problema del governo d’unità nazionale sarà destinato ad afflosciarsi per lasciare decisamente il campo a quello dell’elezione del Presidente della Repubblica. Non sfugge, in ogni caso, che la ricerca di nuovi assetti governativi, secondo alcuni, si collochi già all’interno della vicenda Quirinale.

L’esecutivo Conte 2 si presta a diverse valutazioni. Viene in soccorso l’odierno intervento di Enrico Seta ( CLICCA QUI ). Chi guarda a questo esecutivo consapevole del fatto che non si tratta del proprio Governo e non ha alcun elemento, a priori, per sposare la causa di quanti lo sostengono o quella di chi lo contrasta, può almeno godere del vantaggio di soppesare con animo sereno e distaccato i pro e i contro. In ogni caso, senza perdere di vista il riferimento a qualcosa di superiore, com’è il bene collettivo da difendere sempre.

E’ necessaria la realistica riflessione sulla situazione politico parlamentare qual essa è. I 5 Stelle restano il partito più ampio in Parlamento. Il Pd è costipato in una situazione d’attesa, stretto tra la mancata soluzione dei suoi problemi strutturali e il continuo lavorio ai fianchi subìto da Matteo Renzi e Carlo Calenda. Le elezioni regionali saltate a maggio non ci potranno più dire, ma accadrà in autunno, se il partito di Nicola Zingaretti continua a veleggiare attorno a quel 18 / 20% che non basta certamente da solo a riconsegnare la posizione egemone svolta nel passato. Eppure, sembra che l’aspirazione sempre quella resti.

5 Stelle e Pd sanno che la loro comune ciambella di salvataggio è costituita dalla partecipazione ad un Governo improvvisato. L’impronta estemporanea, forse, spiega taluni comportamenti di Giuseppe Conte, a partire dalla pratica della decretazione presidenziale che tante polemiche ha suscitato. Sono solo i persistenti attacchi di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni, accompagnati dal contemporaneo andamento ondivago di Silvio Berlusconi, a far diventare l’improvvisazione persino una risorsa. Così, niente ha impedito a Giuseppe Conte di superare l’insidioso scoglio delle nomine che, pure, ha fatto alcuni morti e feriti.

Coronavirus e clima nuovo in Europa, anche se questo deve ancora portare i 450 miliardi di euro annunciati, sembrano al momento cementare quella che un tempo sarebbe stata considerata un’inaudita collaborazione.

Il quadro potrebbe trovare un’effettiva svolta solamente in due casi: se si verificasse un cataclisma economico finanziario, come ai tempi in cui si formò il Governo Monti; o il giorno dopo il varo di una riforma della legge elettorale capace di togliere di mano a Matteo Salvini la pesante ipoteca rappresentata dalla possibilità di raggiungere la fatidica soglia del 40%.

Mi permetto una piccola digressione ritornando con il pensiero all’esperienza Monti, e in riferimento alle richieste di coinvolgimento che oggi avanzano  Matteo Salvini e Giorgia Meloni: il primo non volle partecipare a quel governo di unità nazionale. La seconda, invece,  lo sostenne, ha raccontato, solo perché “costretta” da Silvio Berlusconi.

Il Coronavirus ci ha confermato che il Paese ha bisogno di una radicale trasformazione.

Noi di Politica Insieme lo sostenemmo già in tempi non sospetti con l’elaborazione del Manifesto ( CLICCA QUI ), oggi più valido che mai.

Intanto, dobbiamo misurarci con la realtà effettuale dell’oggi collocandola nella giusta definizione prospettica rispetto a quella del domani. Evitiamo, insomma, che un’infelice gestione dei due piani diversi concorra ad impedire la definizione di una iniziativa politica animata da un intento trasformatore e non più solamente riformista in maniera vaga.

Il nostro mondo di riferimento è quello di chi è stufo di questa politica, ma al tempo stesso avverte la necessità di costruire solidarmente e solidamente un nuovo quadro di riferimento; dei tanti che sentono il peso della costrizione di partecipare a partiti e movimenti esclusivamente per la mancanza di un’alternativa reputata valida; dal mondo di coloro che scelgono l’astensione, ritenuta persino nobile ed encomiabile piuttosto che essere partecipi dell’immiserimento della lotta politica.

La confusione tra il vivere l’oggi e puntare ad un diverso domani può essere superata operando nel concreto e avviando delle relazioni e un dialogo con tutti gli animati da un autentico, simile intento di trasformazione.

Si tratta di andare oltre gli attuali equilibri. Di mettere assieme senza prevenzioni, chi è pronto a battersi

  • per restare nel pieno del confronto con l’Europa, franco, anche duro, ma costruttivo;
  • per ripensare il quadro istituzionale, i cui limiti sono stati disvelati anche dalla pandemia, riproponendo con forza la necessità di un nuovo e innovativo equilibrio da trovare tra dimensione nazionale, regionale e municipale;
  • per ridefinire il riequilibrio geografico e far partecipare, così, finalmente il Mezzogiorno ad un processo d’integrazione  nazionale ed europea, cosa tra l’altro richiesta dalla necessità di far diventare il nostro Paese un autentico interlocutore con il resto del Mediterraneo;
  • per ridurre la forbice tra ricchi e poveri e, dunque, mettere in campo provvedimenti in grado realmente di sostenere la famiglia, la piccola e media impresa, la cooperazione e il Terzo Settore;
  • per sostenere un efficace processo d’innovazione cui devono concorrere imprenditoria, mondo del lavoro e giovani liberati dalla impossibilità di accesso al credito nonostante i loro piani significhino sostenere creatività ed elaborazione di nuovi progetti efficaci e cantierabili;
  • per elaborare un processo di lunga durata al fine di adeguare i processi educativi e formativi al ruolo che l’Italia intende svolgere in Europa e nel mondo.

Dunque, ben vengano le riflessioni sull’oggi, indispensabili e necessarie, ma preoccupiamoci soprattutto di prepararci al futuro. Un futuro che deve significare portare in primo piano gli elementi comuni che ci fanno popolo, Paese, Nazione all’insegna di un ritrovato spirito solidale.

Si tratta di concorrere ad un processo di rigenerazione collettivo in cui possono trovare l’adeguata partecipazione tutti quelli che hanno compreso come le dinamiche cui dobbiamo guardare siano quelle imposte dalla fine di un’intera visione economica dominata da un liberalismo esasperato, da altrettanto esasperati individualismo, semplicistico nazionalismo e provincialismo impenitente.

Insomma, non mi allontano di un passo da Lorenzo Dellai quando richiama anche i cattolici ad impegnarsi in una “missione basata su valori e competenze, coraggio e sguardo lontano. Ripartendo dai territori e dalle realtà sociali ed anche economiche che custodiscono le sementi e rielaborano le pianticelle di una nuova idea di futuro” ( CLICCA QUI ).

Giancarlo Infante