Cambia il mondo del lavoro e le trasformazioni cui va incontro, quelle già acquisite e quelle attese, forzano le pareti di un sistema economico‑produttivo disegnato secondo i criteri di un modello di sviluppo datato che fatica a reggerne la pressione.

In una precedente nota dedicata alla riflessione che su questi temi ha guidato, per INSIEME, Roberto Pertile (CLICCA QUI), sono state prese in considerazione le diseguaglianze che un capitalismo aggressivo di stampo neoliberista inevitabilmente genera. Si tratta di un profilo che va, in ogni caso, affrontato dentro una cornice tematica che tenga conto di altri versanti che devono essere presi in considerazione.

È possibile immaginare uno “statuto del lavoro e dell’impresa sociale”, cioè una sorta di convenzione che tracci la mappa di nuovi rapporti tra capitale e lavoro, che siano in grado di sostenere la complessità del nostro mondo e non sostanzialmente di riprodurre, sia pure in forme forse più edulcorate di un tempo, lo schema classista di una stagione che non c’è più? Senza cedere alla tentazione “corporativa” di accedere a una astratta armonizzazione sovraordinata al conflitto sindacale, anzi riconoscendo a quest’ultimo il ruolo di attore necessario del processo sociale, sia pure in un nuovo contesto di corresponsabilità condivisa.

Detto altrimenti, si può sperare che, ferma la diversità degli interessi, l’imprenditore e il lavoratore operino per creare in comune nuovo valore aggiunto, che si ottiene da un corretto impiego delle risorse comuni, dalle infrastrutture sociali alla cultura? Da qui passano i futuri aumenti di produttività.

È possibile riconoscere al lavoratore la dignità che gli compete e va oltre il dato salariale, bensì esige il riconoscimento del suo ruolo di protagonista attivo e consapevole del processo produttivo, dell’insieme delle sue implicazioni e non di mero e cieco prestatore d’opera?

Il documento di INSIEME si interroga, in primo luogo, sul radicamento territoriale dell’impresa, intesa, si potrebbe dire, come una sorta di “istituzione”, cioè un’entità, sia pure non pubblica, che contrassegna ed arricchisce il luogo del proprio insediamento, concorrendo ad alzare l’asticella del suo tasso di socialità.

Il territorio, dunque, come epicentro chiamato a concorrere, nelle forme appropriate, a una contrattazione triangolare che preveda le garanzie occupazionali, salvaguardi le compatibilità ambientali, favorisca la formazione e l’incremento delle competenze professionali in loco, crei sinergie e filiere tali per cui la “fabbrica” non sia un corpo estraneo, ma un soggetto che consolidi la coesione sociale, cioè la dimensione popolare della comunità su cui insiste. Anche sulla scorta di investimenti sociali da concordare nel quadro di una contrattazione che, pur nel quadro nazionale, risponda alle specificità locali.

Nel disegno tracciato da Pertile e dagli amici che hanno collaborato al gruppo tematico sul lavoro, il fine attuale – “fare denaro per il denaro” – viene messo in discussione. Il libero mercato del lavoro è condizionato dal fine di difesa e valorizzazione della persona che diventa un vincolo contrattuale.

Il lavoro, dunque, come architrave di una politica dei diritti sociali che sia, almeno a nostro avviso, la priorità su cui insistere ed investire risorse importanti nei prossimi anni.

Domenico Galbiati

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