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 Politica senza democrazia,  democrazia senza politica

“ Politica e democrazia- la politica come conflitto tra pari, come ricerca della mediazione e come conquista del consenso; la democrazia come governo del popolo e come rispetto della legge sovrana- sono nate insieme , sulle rive del Mediterraneo orientale, circa duemila e cinquecento anni fa  nelle libere città dell’ Asia minore e della Grecia….Aristotele offre un indizio prezioso della genesi congiunta di queste due forme. Nel suo lessico, una unica parola, politeia– designava infatti sia l’assetto politico di una città, di una polis, qualunque esso fosse( noi diremmo la sua costituzione) sia la democrazia come specifico tipo di governo nella modalità che il filosofo considerava virtuosa e non degenerata.” ( A. Schiavone. Occidente senza pensiero, Il Mulino, 2025, p. 91 e 92)

Il termine “democrazia” da Platone e Aristotele in poi, a differenza di politeia, è un termine negativo che designa la corruzione di una forma politica- la corruzione che nasce dalla innaturale separazione di esse- , e termine negativo è sempre stato nella storia sino alla rivoluzione francese. I “democratici” americani della rivoluzione del 1776 ad esempio si definivano “repubblicani” e rifuggivano dal definirsi  “democratici”. Questo lungo passato negativo è ampiamente ignorata dalla pubblicistica e dalla cultura corrente, ma soprattutto è ignorata la connessione originaria di democrazia e politica.

Oggi nella cultura corrente invece democrazia è bello, politica è brutto. La “democrazia”, come  governo della maggioranza è sempre il governo ideale , salvo poi declinare quella democrazia in modalità diverse, la “politica” è invece sempre qualcosa di sconveniente, il mondo della corruzione, della sopraffazione o dell’interesse di parte, oppure, è “santificata” come potere  tecnocratico espressione di competenze tecniche o finanziarie o algoritmiche, addirittura talvolta delle “leggi dei numeri” come avviene ai vertici UE,  oppure è accettato  come qualcosa con cui convivere perché onnipotente e privo di limiti.

Nell’età della democrazia dis-intermediata,  personalizzata  la democrazia al limite può tornare ad essere, come la avevano descritta i classici greci, una “forma corrotta”, una degenerazione  della originaria  “politeia”.  La  democrazia può ancora oggi divenire come la forma corrotta descritta da Platone, il regime in cui esiste una libertà senza limiti, in cui le assemblee  sono sottoposte a convulsi movimenti passionali , di infatuazione e di entusiasmo, che sconvolgono l’ordine pubblico, producendo una situazione in cui le leggi non acquistano la autorità necessaria per produrre cultura civile, un regime “senza costituzione” che può essere disarticolato e ri-articolato  a  piacimento dal potere di turno. L’America di Trump ne è solo un esempio estremo.

Prima del XVIII secolo  gli unici esperimenti storici ricondotti alla  “democrazia” in senso positivo  erano quelli che si erano manifestati nelle poleis greche e nei comuni medioevali italiani; in entrambi i casi però si dovevano registrare esiti fallimentari, essendo in essi la  vita pubblica sempre sospesa tra gli estremi opposti della anarchia e della tirannide. Il “potere del popolo” doveva quindi  esser disciplinato altrimenti. La democrazia diretta, utile e opportuna, non poteva essere la soluzione. Anzi la “pure democracy” e la “people’s dmocracy”  (democrazia pura e democrazia popolare) furono gli incubi che i costituenti americani cercarono di scongiurare. E, perla verità anche  i nostri padri costituenti italiani fecero in modo di evitare una democrazia di massa, contrapponendo ad essa il concetto di popolo in una accezione distinta.    Può oggi il “potere del popolo” identificarsi con l’atto elettorale ovvero con la designazione – o ancor peggio con la fabbricazione- di una maggioranza ?Può  farlo in una società complessa , caratterizzata dal dominio impersonale delle tecnostrutture e dall’ AI , della informazione mediatica e social, degli strumenti più raffinati della manipolazione della vita biologica e persino mentale?

Nel diciottesimo secolo i costituenti americani introdussero una grande innovazione giuridica che consentì per lungo tempo la riconciliazione tra democrazia e politica, attraverso una sorta di ribaltamento dei presupposti della democrazia classica. I costituenti americani crearono, non un regime personalizzato quale quello che il trumpismo sta realizzando oggi  ( temevano anzi un “re americano”), ma una vera “democrazia rappresentativa”, unendo due principi logicamente e storicamente distinti o persino contraddittori, democrazia e rappresentanza, e realizzando così un sistema politico che escludeva esplicitamente le forme della “democrazia pura” e della “democrazia  popolare”, termini con cui nel 1787 si designava la “democrazia” che esprimesse in modo immediato le opinioni e le richieste della massa.  Il termine repubblica fu utilizzato da James Madison per designare il regime politico in cui opera il principio della rappresentanza.

La rappresentanza non  fu introdotta tanto per le esigenze derivanti dall’ampiezza geografica della “grande repubblica” ( lontanissima dalle caratteristiche delle democrazie note all’epoca le poleis greche e i comini italiani)  quanto per consentire di raffinare le opinioni rozze e grossolane attraverso l’opera di una elite culturale scelta dai cittadini, vale a dire per consentire di trasformare le opinioni in idee, per  consentire un confronto di idee oltre che di interessi, e quindi per evitare il rischio di una democrazia antipolitica o apolitica, retta dai poteri fondati esclusivamente sull’espressione dell’opinione istintiva e immediata. La maggioranza di governo non poteva essere era per gli americani dell’epoca la maggioranza “uscita dalle urne”, la maggioranza aritmetica, talora nel caso americana anche sociologicamente omogenea e compatta ( ma proprio per questo potenzialmente dispotica o tirannica), ma una maggioranza deliberativa che si formava solo nel corso del dibattito e della deliberazione, attraverso il confronto o il compromesso tra la realtà pluralistica di opinioni, interessi e convinzioni diverse  da cui originavano i voti.

Una democrazia costituzionale per ricostruire il capitale umano

La democrazia rappresentativa aveva fornito una regola ed un limite alla libera espressione del popolo. Ed aveva riconciliato politica e democrazia, razionalizzando il conflitto. Oggi in Italia solo una democrazia costituzionale che ripristini pienamente il senso e l’efficacia del limite, evitando prima di tutto di conferire ope legis ad una minoranza la rappresentanza  della volontà popolare può ricostruire il senso di un  potere che ha perso infatti ogni senso del servizio e della cura del bene comune per identificarsi col puro dominio.

Un ventennio di governo di oligarchie autoreferenziali sostenute da leggi elettorali incostituzionali hanno devastato la vita civile del Paese e soprattutto hanno abbandonato le risorse umane reali e potenziali a dinamiche economico finanziarie predatorie che hanno usato come un comodo  bancomat le risorse indispensabili alla società ed alla sua crescita ordinata,  affidandosi talvolta a meccanismi finanziari che salvavano ( fingevano di salvare a volte) i conti pubblici saccheggiando i conti privati, perseguendo continua svalutazioni del lavoro che sostituivano la svalutazione monetaria ( divenuta impossibile con l’euro), guarivano forse qualche patologia ma compromettevano il fisico del malato.

In questo contesto le condizioni dell’ Italia,  fanalino di coda mondiale nel 2027  tra le principali  trenta economie mondiali nella crescita economica secondo stime del FMI rendono evidente quanto per anni e decenni il potere di governo abbia agito entro un “vuoto” politico senza connessione alcuna coi problemi reali del paese radicalmente rimossi.. Nell’ ultimo ventennio governi di destra di sinistra o governi tecnici hanno sistematicamente cooperato a distruggere e dilapidare la base vera della ricchezza, soprattutto il capitale umano ( uso un espressione non bella né corretta ma credo indicativa in mancanza di altro). Pensiamo al crollo demografico, mi pare un primato mondiale quello italiano, ma poi pensiamo alle condizioni educative e formative di generazioni e generazioni di giovani, pensiamo ai disastri del sistema sanitario, e soprattutto pensiamo ai nuovi working poors, effetto ormai anche della inconfessabile ma devastante  “inflazione di guerra”; pensiamo alla distruzione di tutti quei settori necessari per promuovere il progresso umano e civile che è fondamento di ogni progresso economico.  Ancora un esempio: parliamo con soddisfatta disinvoltura delle quattro libertà della UE e del mondo globalizzato,  la libertà di movimento di merci, capitali, servizi e persone. Senza accorgercene abbiamo equiparato le persone alle cose, ed abbiamo considerato come espressione di libertà la “libertà  di migrare” laddove dovevamo garantire invece la “libertà delle persone di decidere sulla loro mobilità ”, la libertà cioè di scegliere se rimanere o se migrare. Libertà vera, di cui non godono né le migliaia di giovani che annualmente, come un tempo, sono costrette a lasciare l’ Italia, né i disperati che dal Sud del mondo sono spinti a cercare salvezza di qua dal Mediterraneo. E’ evidente che si tratta di situazioni incompatibili col testo dell’ art. 3 della Costituzione per cui “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana  e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Qui sono le vere priorità del Paese, che precedono ogni altra politica oltre ad imporre una radicale e ragionevole revisione dei parametri del patto di stabilità (già realizzata del resto per le spese militari).  E’ questo capitale  umano ciò che va ricostruito da subito  e possono farlo solo un governo ed un Parlamento  che riflettano la viva voce del paese, non la volontà degli autonominati e delle caste oligarchiche al potere che neppure possono aver percezione del problema.

Una democrazia costituzionale per un  nuovo europeismo e per una pace vera

Una vera democrazia ha oggi soprattutto il compito di tenere aperta la speranza e la prospettiva del futuro, in un mondo che ha cancellato il tempo, oggi “anticipato” da una tecnologia già presente che ce ne detta in modo vincolante i profili futuri.  E  senza un futuro da  costruire insieme e non da ricevere in eredità ( modello MAGA che significa difendere la grandezza passata) o da mantenere gelosamente e difendere con le unghie e coi denti, non può esservi motivo ragionevole, nella comunità internazionale, per costruire insieme la pace. Resta  solo la competizione assoluta ovvero la “guerra ibrida” (weaponisation per chiarezza, cioè la trasformazione universale di oggetti e soggetti, di cose e persone in armi di “offesa”, ormai indistinguibile dalla “difesa”).

La democrazia politica, che non può non essere una democrazia costituzionale, dovremmo dire in termini classici una politeia, cioè un ordinamento del potere segnato da limiti interni realmente efficaci ed operativi, è, perciò indispensabile anche a costruire la pace, a meno che non rinunciamo al coraggio della intelligenza e ci rassegniamo ad una  pace attraverso la forza affidando la decisione suprema non alla politica ma alla finanza.

Una alleanza per una democrazia costituzionale, in cui il “dominio” torni a convertirsi in “servizio” e sia perciò guidato da finalità condivise e da limiti,  può promuovere una società più giusta e migliore, in cui il lavoro e le persone recuperino la loro dignità e si ripristini la sicurezza dei diritti, che è la vera sicurezza pubblica che serve alle persone comuni.  E può contribuire ad allargare la visione di una Europa che costruisca la pace attraverso il ripristino delle regole e dei limiti  su cui si fonda un vero ordine internazionale, rompendo la banale semplificazione dei problemi ridotti, secondo il bipolarismo più cieco e  fazioso, a opposizioni assolute che non accettano mediazioni:   riarmo /rinuncia alla difesa, sostegno all’ Ucraina fino alla vittoria/pace.

La   democrazia costituzionale deve valere, in prospettiva,  anche per l’ UE o per ciò che resta di essa che è oggi proprio un ordinamento senza Costituzione. Che agisce per gruppi di “volonterosi”. Dopo la sbornia del grandissimo mercato di consumatori e l’illusione disastrosa di gestire le economie- unico caso mondiale se si eccettua lo stalinismo-  con le “leggi dei numeri” ( le fantomatiche percentuali dei trattati di stabilità) dobbiamo passare alla sobrietà di un Trattato UE rivisto e corretto in cui si possano affrontare i problemi  di fondo dell’ AI ( non solo la regolamentazione) e della difesa comune europea, le questioni dell’approfondimento delle istituzioni prima ancora che dell’allargamento.

Cose che non potremmo mai fare senza una politica economica comune e una politica estera comune, senza una Commissione che sia un Esecutivo responsabile e possibilmente elettivo  e senza un Parlamento Europeo con veri poteri di iniziativa che sia vera rappresentanza europea. Sul potere di iniziativa vi è il più importante  veto da abolire che non è solo quello del Consiglio UE. Sono poi necessarie vere elezioni europee come quelle che si possono avere inserendo anche circoscrizioni transnazionali e costruendo una procedura elettorale uniforme. In USA i cittadini della California, del Rhode Island o della Virginia non votano certo, alle elezioni congressuali, per dare più poteri alla California al Rhode Island o alla Virginia e per tutelare gli interessi del singolo stato. Noi in UE votiamo invece  per dare più forza all’ Italia, alla Francia o alla Spagna e possiamo anche scegliere come rappresentante un presidente del Consiglio in carica che non andrà mai a fare il parlamentare europeo. Vi sono proposte di riforma già  avanzate  dagli europarlamentari alla fine della legislatura precedente. Quelle di un vero Parlamento europeo  sono anche le richieste dei  padri fondatori che già nel 1957  quando esisteva solo una Assemblea parlamentare non elettiva posero saggiamente il problema di una procedura elettorale uniforme a tutt’oggi inesistente.

Umberto Baldocchi

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