Forse gli attuali governanti di Israele non si rendono conto, o non vogliono rendersi conto, dei danni che stanno creando all’immagine ed alla reputazione del loro paese.

“L’unica democrazia del Medioriente” . E’ una cosa che rischia di appartenere al passato e ad una idea fortemente indebolita dalle immagini e dalle testimonianze che vengono da Gaza e dalla Cisgiordania. C’è, in realtà, da sciogliere il quesito di cui sopra pensando che non se ne vogliano rendere conto. E’ certo che nell’immediato la forza e la complicità di tanti governi che di Democrazia e di Occidente si riempiono la bocca sembrano farla da padrone. Ma a quale prezzo? I corsi del pendolo della storia cambiano …

E gli “influencer” mandati a Gaza non incantano nessuno. Loro per primi, messi accanto al cibo accatastato, sono stati a dimostrare che quel cibo è, sì, lì, ad un valico di Gaza, ma che non viene distribuito.

Questi poveri “influencer”. Poveri nel senso che si sono prestati – ma ci campano- a dare il loro volto servile per una mera operazione di propaganda.  Ma che, forse – visto ciò che sta succedendo anche tra le fila dell’estrema destra repubblicana americana (CLICCA QUI) c’è da dubitarne – può venire gradita solamente a quelli che pendono dalle labbra di Trump e di Netanyahu.

Alcuni dei nostri commentatori televisivi, non sapendo più a che santo votarsi, travolti anche loro dalla impietosa forza delle immagini e dei resoconti, parlano di un’Israele che avrebbe vinto su tutti i fronti, ma non su quella della comunicazione. E così si spiega perché per vincere anche quella guerra si fanno arrivare gli “influencer”, ma non i giornalisti veri. Sono scomodi, quelli. Purtroppo, sempre di meno tra gli italiani. Pensando, almeno, ai tempi del Vietnam e degli altri conflitti che non hanno smesso di insanguinare il mondo negli ultimi 60 anni.

Memori di come una guerra si possa anche vincere sul campo, ma perderla tra la pubblica opinione, politici e militari americani sono corsi ai ripari per tutelarsi sul campo dell’informazione. Così, a partire dalle guerre del Golfo, inventarono i cosiddetti “giornalisti inbedded” che significa “incorporati”. L’unico modo per fargli vedere e scrivere quello che si vuole che essi vedano e scrivano. Ma con la guerra di Israele a Gaza siamo andati sicuramente oltre. Semplicemente, si ammazzano i pochi riusciti a restare sotto la pioggia di bombe che hanno distrutto la Striscia, e che ancora la distruggono.

Con i cinque uccisi ieri nel bombardamento dell’Ospedale Nasser di Khan Younis il numero di reporter, cine operatori e collaboratori della stampa mondiale eliminati dal 7 ottobre 2023 in poi è salito ad oltre 240. E ieri è toccato ad operatori dell’informazione colpiti con una seconda ondata sul luogo dove si erano recati per vedere i morti,  i feriti e i danni provocati da un primo bombardamento. E c’è così da pensare che sia stato un crimine compiuto in piena scienza e coscienza. Ovviamente, seguito dalla solita precisazione che si sarebbe trattato di un errore e che ora sarà aperta un’inchiesta. Tra i morti non i soliti giornalisti di al Jazeera, l’emittente radio televisiva del Qatar paese scelto tra quelli che dovrebbero provare a mediare, con l’Egitto. Vi erano anche collaboratori dell’Agenzia Reuters, dell’agenzia di stampa Usa Associated press e della televisione americana Nbc. E così, Donald Trump, ha pensato bene, subito dopo l’arrivo della drammatica notizia, di ululare contro la stessa Nbc da lui accusata di non raccontare lui stesso, le cose d’America e del mondo come lui vorrebbe fosse fatto.

Esattamente il contrario di quello che fece Jimmy Carter, il Presidente Usa di allora, che tolse il sostegno al governo amico del Nicaragua in mano al dittatore Somoza dopo che un giornalista americano era stato ucciso a sangue freddo da soldati governativi. Una storia immortalata nel bellissimo film  “Sotto tiro (Under Fire)” del 1983, con protagonisti Gene Hackman e Nick Nolte. 

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