Venti giorni dopo la “Marcia su Roma”, Mussolini declamo’ la sua fascistissima ode al nascente regime: “Potevo fare di quest’ aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: sprangare il Parlamento….”.
In quelle parole c’era già tutto: il disprezzo del Parlamento, il vilipendio delle istituzioni democratiche, il mito della forza, il culto del comando e della sopraffazione. Il primato di un “Io” spropositato che, narcisisticamente, riserva a sé ogni responsabilità, riducendo i suoi seguaci a nulla più che plebaglia e la generalità dei cittadini a massa informe, anziché popolo.
Sono, in ogni caso, l’espressione di una cultura della politica. Non una occasionale invettiva, non uno sfogo passionale giunto al culmine di una violenta, esasperata conflittualità imposta al Paese. Non qualcosa di contingente. Bensì, per quanto sia tribale e primitiva, si tratta di una cultura politica, cioè di un modo organico, dotato di una sua paradossale coerenza interna, di intendere come “necessaria” la relazione tra violenza e potere.
Il fascismo non è spuntato dal nulla. Nasce da un seme che nell’humus del primo dopoguerra trova la fertilità necessaria al suo sviluppo. La nuda volontà di potenza, l’ “oltre uomo”, la storia svilita ad eterno,
autoreferenziale ritorno che si avvita su di sé, privata, dunque, di un senso compiuto, di una prospettiva che, in forma di speranza, via via la trascenda, rappresentano i caratteri di una stagione filosofica che ha avuto bisogno del generale smarrimento di un momento storico particolare per mettere le sue radici.
Non a caso, il fascismo ha fatto scuola, in Europa ed oltre. E’ stato la manifestazione di un volontarismo irrazionale, candidato a riproporsi quando il momento storico si impaluda in una contraddizione irrisolvibile, cosicché il colpo di maglio dell’ “uomo forte” sembra, illusoriamente, essere risolutivo. Senonche’, le culture politiche – vale per tutte – durano nel tempo ben più di quanto non immaginiamo e, mutando forma, si ripropongono, ciclicamente quando le condizioni al contorno lo consentono.
Oggi molti tipici caratteri di questa postura sembrano poter rivivere addirittura sul piano delle relazioni internazionali. Ne parlava Giancarlo Infante nel suo articolo pubblicato ieri su “Politica Insieme” (CLICCA QUI) .
Il diritto internazionale è un tutt’uno che non sopporta smagliature che, per quanto circoscritte, ne disfano l’impianto complessivo. Così succede con l’invasione e l’ occupazione “manu militari” del territorio nazionale altrui, come a Gaza ed a Kiev. Con la perdita di ogni attendibile autorevolezza da parte degli organismi internazionali, a cominciare dall’Onu.
Le difficoltà in cui versano gli ordinamenti democratici dei paesi liberi incalzati da autocrazie e democrature, dai cosiddetti regimi democratici e, nel contempo, illiberali. Non si tratta di gridare al lupo del fascismo, ma non rischiamo di infilarci in una stagione della vicenda umana “sorda e grigia”?
Cioè, in un tempo della forza e del comando che ci costringe a camminare nella storia a ritroso, anziché avanzare?
Domenico Galbiati