Lo scritto che segue è la seconda parte dell’articolo pubblicato ieri (CLICCA QUI)
Ci sono incontri diplomatici che sembrano ideati da Talleyrand. E poi ci sono quelli che ricordano un congresso notarile in provincia o una assemblea di condominio ideati da Netflix dopo tre caffè corretti al baijiu. Il viaggio in Cina del Presidente americano Donald Trump appartiene con decisione alla seconda categoria.
Da giorni il mondo osservava la visita come si guarda una finale di wrestling fra due campioni che si detestano cordialmente ma sanno benissimo di avere bisogno l’uno dell’altro. Da una parte Trump: abbronzatura radioattiva, ciuffo dorato, ego immobiliare formato Manhattan, linguaggio da televendita e l’innata capacità di trasformare ogni vertice internazionale in una puntata speciale di arti marziali diplomatiche. Dall’altra Xi Jinping: volto impassibile, disciplina confuciana, sorriso calibrato al millimetro e il talento quasi sovrannaturale di sembrare contemporaneamente gentile e minaccioso. E’ anche forse anche per questo che lascia trasparire qualche venatura di grigio nei suoi capelli, tinti come si conviene a qualsiasi politico cinese meritevole di rispetto.
Il risultato è stato uno spettacolo geopolitico irresistibile: tre giorni di banchetti con cucina cinese in salsa americana per renderla più riconoscibile e gradita al palato di Trump, dichiarazioni solenni, allusioni su Taiwan, ciclopiche promesse commerciali, discussioni sull’Iran, passeggiate in giardini imperiali e una quantità di complimenti reciproci tale da far sospettare per qualche ora che Washington e Pechino stessero per fondersi in una gigantesca catena internazionale di casinò patriottici.
Il ritorno dell’imperatore immobiliare
Per Trump questa visita aveva un valore quasi personale. Nel suo immaginario politico, la Cina occupa da anni uno spazio mitologico: contemporaneamente rivale, cliente, minaccia, partner economico e gigantesco centro commerciale da convincere a comprare soia americana e qualche Boeing in più.
Per quasi un decennio Trump ha parlato della Cina come un tassista romano parla del traffico sul raccordo anulare: con indignazione, fascinazione e la convinzione che nessuno, tranne lui, abbia capito davvero il problema.
Il viaggio dunque doveva rappresentare il grande momento della riconciliazione pragmatica. Basta ideologia, basta sermoni democratici, basta diplomazia dei valori e dei diritti: sediamoci, firmiamo contratti, vendiamo gas naturale liquefatto, discutiamo di intelligenza artificiale e magari evitiamo pure una guerra nucleare nel Pacifico. Una specie di “facciamo affari e non facciamo esplodere il pianeta”, che nel linguaggio trumpiano equivale più o meno a una raffinata teoria geopolitica.
La Cina, dal canto suo, ha accolto Trump con l’entusiasmo prudentissimo di chi invita a cena un vicino ricchissimo che potrebbe, in qualsiasi momento, rovesciare del vino su un prezioso tappeto Ming.
Pechino mette in scena la Cina eterna
Bisogna riconoscere una cosa al Partito comunista cinese: quando decide di organizzare una visita di Stato, nessuno al mondo sa costruire la scenografia meglio di loro.
Mentre gli americani trasformano la diplomazia in conferenza stampa permanente, i cinesi la trattano come opera lirica imperiale mettendo in scena auto nere lucidissime, militari immobili come statue, sale immense dove persino i lampadari sembrano progettati per intimidire gli ospiti stranieri, bambini che salutano perfettamente sincronizzati ed infine tavoli lunghi quanto una pista d’atterraggio.
Di particolare rilievo il gesto simbolico più sorprendente della visita: Xi ha accompagnato Trump all’interno di Zhongnanhai, il cuore blindato del potere cinese, una sorta di Vaticano comunista circondato da laghi, giardini e segreti di Stato. Un privilegio rarissimo per un leader straniero, presto guastato quando alla domanda se vi avesse avuto accesso anche Putin, la risposta è stata: si.
Secondo le cronache, Trump si sarebbe mostrato sinceramente colpito dagli alberi millenari del complesso. La scena è già entrata nella piccola storia diplomatica contemporanea: Xi che parla della profondità storica della civiltà cinese e Trump che, davanti a piante di mille anni, sembra realizzare improvvisamente che gli Stati Uniti sono nati praticamente l’altro ieri.
Non a caso, e certamente per dispetto, Xi gli ha consentito di toccare una pianta vecchia di 270 anni. Un’allusione tutto sommato birichina alla grande cerimonia che Trump intende organizzare nella giornata del 4 Luglio per celebrare il 250° anniversario della Dichiarazione di Indipendenza. Come a dire: vedi caro Donald, la foglia che hai appena toccato è più vecchia del foglio sul quale i vostri Padri Fondatori hanno stampato il loro testo.
Per qualche minuto il vertice USA-Cina è sembrato trasformarsi in un documentario di Alberto Angela.
Il grande tema: fare soldi senza farsi la guerra
Il cuore della visita era naturalmente economico, visto che è caratteristica di Trump scambiare il far soldi con il fare politica estera.
Negli ultimi anni Stati Uniti e Cina hanno attraversato una relazione degna di una coppia divorziata che continua però a possedere insieme un centro commerciale. Tariffe, guerre commerciali, restrizioni tecnologiche, chip, terre rare, export controls, accuse reciproche, sanzioni, minacce e una quantità di negoziati tale da far prosperare eserciti di consulenti.
Trump si è presentato a Pechino con il suo approccio classico: trasformare la geopolitica in trattativa immobiliare. “Voi comprate più cose americane, noi abbassiamo la temperatura, tutti diventano ricchi e nessuno invade Taiwan.”
Sintesi brutale, ma non troppo distante dalla realtà.
Durante il vertice si è parlato di agricoltura, energia, aviazione civile, tecnologia e soprattutto intelligenza artificiale. Trump ha annunciato “fantastici accordi commerciali”, formula che nel suo lessico significa più o meno qualsiasi cosa compresa tra “abbiamo firmato trenta pagine importantissime” e “Xi mi ha detto che gli piace il ketchup americano”.
I mercati però speravano in qualcosa di più concreto. Nessuna svolta clamorosa sui dazi, nessun accordo rivoluzionario sui semiconduttori, nessuna pace definitiva nella guerra tecnologica. Più che altro una tregua armata con catering di lusso. Ed è qui che emerge la vera natura del viaggio: non un vertice risolutivo, ma una gigantesca operazione di stabilizzazione psicologica ed un’occasione per un pugno di magnati dell’industria, della tecnologia e della finanza per passare qualche tempo in compagnia del loro presidente sotto lo sguardo vigile di un impeccabile cicerone.
In pratica: “Non ci amiamo, continuiamo a diffidare l’uno dell’altro, ma cerchiamo almeno di evitare di distruggere l’economia mondiale prima di Natale.”
Taiwan: il convitato di pietra
Naturalmente il tema più delicato era Taiwan, piccola isola corazzata a poche miglia della costa cinese.
Xi Jinping è stato molto chiaro, ricordando con estrema fermezza che la questione taiwanese resta per Pechino il punto più esplosivo dell’intera relazione bilaterale, se non dell’universo. Secondo le ricostruzioni emerse dal summit, il presidente cinese avrebbe avvertito Trump che una gestione sbagliata del dossier potrebbe portare addirittura a “conflitti”, modo ellittico ed elegante per schivare l’uso della parola “guerra”.
Traduzione diplomatica: “Possiamo discutere di soia, petrolio, microchip, panda e perfino di chi prepara meglio il pollo fritto, ma se toccate Taiwan diventiamo improvvisamente molto meno zen.”
Trump, sorprendentemente, ha mantenuto toni relativamente prudenti. Nessuna provocazione plateale. Nessuna uscita teatrale da campagna elettorale. Una moderazione che ha lasciato interdetti molti osservatori abituati a un Trump capace di trasformare qualsiasi dossier internazionale in una rissa da social network.
Probabilmente la Casa Bianca ha compreso una cosa molto semplice: il rischio di un incidente militare nel Pacifico oggi non è più fantapolitica ma possibilità concreta e questo malgrado la sua imponente raccolta di 11 portaerei nucleari. Così il presidente americano ha fatto ciò che gli riesce meno naturale: misurare le parole.
Un evento che gli storici probabilmente studieranno a lungo.
L’Iran e la strana coppia anti-caos
Altro tema centrale: il Medio Oriente.
Washington sperava che Pechino esercitasse pressioni sull’Iran, partner strategico della Cina e suo grande fornitore energetico. Trump ha cercato di coinvolgere Xi nella gestione della crisi regionale e soprattutto nella protezione dello Stretto di Hormuz, fondamentale per il commercio mondiale del petrolio. La Cina ha risposto con la sua tradizionale diplomazia da maestro di tai chi: movimenti lentissimi, tono pacato, nessun impegno troppo preciso.
Xi ha parlato di stabilità, dialogo, cooperazione e pace. Tutte parole molto belle che, tradotte nel linguaggio reale delle relazioni internazionali, significano spesso: “Vedremo con calma, intanto non rompete troppo.”
Trump invece avrebbe voluto qualcosa di più netto. Ma alla fine si è accontentato di dichiarare che lui e Xi “vedono le cose in modo simile”. Che è un po’ come dire che un texano amante dei rodei e un monaco tibetano “condividono l’interesse per il bestiame”.
Trump e Xi si piacciono davvero?
Uno degli aspetti più affascinanti del vertice è stato il tono personale fra i due leader.
Trump ha riempito Xi di complimenti. Xi ha risposto con sorrisi controllati e formule di grande rispetto. Entrambi hanno insistito sulla necessità di una relazione “stabile” e “costruttiva”.
Ora bisogna capire una cosa fondamentale della diplomazia contemporanea: quando due superpotenze parlano continuamente di “stabilità”, significa quasi sempre che temono sinceramente il contrario.
Dietro i sorrisi infatti resta una rivalità gigantesca. Gli Stati Uniti vedono la Cina come il primo vero concorrente globale capace di sfidarne contemporaneamente economia, tecnologia, influenza diplomatica e capacità industriale. La Cina considera invece gli Stati Uniti una potenza ancora dominante ma nervosa, convinta di dover rallentare l’ascesa cinese prima che sia troppo tardi. Da qui un richiamo a Tucidide, che al presidente americano sarà quasi certamente sfuggito.
È una relazione piena di diffidenza reciproca, ma anche di interdipendenza patologica. I due Paesi litigano continuamente e nel frattempo continuano a commerciare per centinaia di miliardi.
Una sorta di matrimonio tossico globale.
L’effetto collaterale: l’Europa osserva in silenzio
Mentre Trump e Xi passeggiavano fra i giardini imperiali, in Europa molti governi seguivano il vertice con l’ansia di chi teme di essere escluso da una riunione importantissima. Il timore europeo era semplice: e se americani e cinesi decidessero improvvisamente di spartirsi le grandi questioni economiche globali lasciando Bruxelles a discutere di tappi biodegradabili?
Alla fine però il summit non ha prodotto rivoluzioni tali da marginalizzare l’Europa. Gli analisti hanno parlato soprattutto di “stabilizzazione” e non di nuovo ordine mondiale. Per Bruxelles, in fondo, quasi una buona notizia. Quando due giganti litigano troppo, il mondo trema. Ma quando improvvisamente vanno troppo d’accordo, spesso gli altri iniziano a preoccuparsi ancora di più.
Il linguaggio del corpo geopolitico
C’è poi un aspetto irresistibile di questi vertici: la semiotica delle immagini.
Trump che applaude energicamente, Xi che applaude con la sobrietà di un bibliotecario zen.
Trump che indica qualcosa ridendo, Xi che sorride come se avesse già previsto quell’esatto gesto sei mesi prima.
Trump che sembra sempre sul punto di dire: “Sapete una cosa? Costruiamo un hotel gigantesco anche qui.” Xi che invece comunica l’energia emotiva di un ghiacciaio himalayano.
A un certo punto il summit è sembrato quasi un esperimento antropologico sul confronto fra civiltà. Da una parte l’America trumpiana: spettacolo, improvvisazione, iperbole permanente. Dall’altra la Cina di Xi: pazienza strategica, controllo assoluto del messaggio, ritualità quasi imperiale.
Ed è proprio questa differenza a rendere il rapporto tanto esplosivo quanto affascinante.
Chi ha vinto dunque?
Domanda inevitabile. E risposta complicata.
Trump può dire di aver ottenuto ciò che desiderava davvero nell’immediato: riaprire il dialogo, mostrarsi come leader capace di trattare direttamente con Xi e rassicurare almeno parzialmente i mercati sull’assenza di una nuova guerra commerciale totale.
Il presidente cinese, dal canto suo, ha ottenuto forse qualcosa di ancor più importante: mostrare al mondo una Cina sicura di sé, centrale, trattata dagli Stati Uniti come pari strategico e non più come semplice fabbrica del pianeta.
In pratica entrambi stanno vendendo il summit come un successo, che è esattamente ciò che accade quando nessuno ottiene abbastanza da poter dichiarare apertamente vittoria.
Il risultato reale: una gigantesca pausa di respirazione
La verità è che il viaggio di Trump in Cina non ha risolto quasi nulla.
Taiwan resta una bomba geopolitica.
La guerra tecnologica continua.
Le tensioni commerciali non sono finite.
La sfiducia reciproca rimane enorme.
L’Iran continua a dividere Washington e Pechino.
Ma il vertice ha prodotto una cosa molto concreta: ha rallentato temporaneamente la spirale di tensioni. Nel mondo attuale, già questo non è poco perché la relazione tra le due potenze è ormai il centro gravitazionale della politica mondiale. Tutto dipende da lì: commercio, chip, intelligenza artificiale, energia, sicurezza marittima, catene produttive, stabilità finanziaria.
Quando Washington e Pechino smettono di parlarsi, il pianeta intero inizia a sudare freddo.
E adesso?
Il prossimo capitolo probabilmente sarà ancora più importante.
Xi dovrebbe visitare gli Stati Uniti nei prossimi mesi e sia Washington che Pechino stanno cercando di costruire un rapporto meno isterico e più prevedibile, ma nessuno si illude davvero che le due superpotenze diventino amiche.
Gli americani temono la potenza industriale cinese, i cinesi temono l’accerchiamento strategico americano ed entrambi competono sull’intelligenza artificiale come due miliardari che litigano per comprare l’ultimo yacht disponibile. Eppure esiste una consapevolezza comune: un conflitto aperto sarebbe catastrofico per tutti.
Per questo il summit di Pechino, dietro i sorrisi e le cerimonie, aveva un obiettivo molto semplice e molto umano: evitare che la rivalità sfugga di mano.
Il paradosso finale
Ed eccoci al paradosso più divertente dell’intera vicenda.
Per anni Trump ha costruito parte della sua identità politica presentandosi come l’uomo che avrebbe “sfidato la Cina”.
Ora però si ritrova a fare esattamente ciò che fanno tutti i presidenti americani quando arrivano a Pechino: sorridere molto, parlare di cooperazione, elogiare la saggezza millenaria cinese e cercare disperatamente di mantenere stabile la relazione più importante del pianeta.
La geopolitica, in fondo, ha questo di ironico: anche i leader più rumorosi, davanti alla complessità del mondo reale, finiscono spesso per assomigliarsi.
E così il viaggio di Trump in Cina si conclude non con una rivoluzione diplomatica, ma con qualcosa di molto più realistico: due superpotenze che continuano a diffidare l’una dell’altra mentre tentano, con grande fatica, di evitare il caos globale. Il tutto naturalmente fra banchetti spettacolari, alberi millenari, dichiarazioni solenni e una quantità industriale di fotografie ufficiali nelle quali Xi Jinping sembra sempre un imperatore confuciano e Trump un magnate immobiliare accidentalmente precipitato dentro “L’Ultimo Imperatore”. Tutto questo mentre stava per avere inizio la 79° edizione del Festival del Cinema di Cannes.
Che sia questa la descrizione geopolitica più accurata dell’intero vertice?
Edoardo Almagià