Il cappello in mano del Governo contro il caro carburanti

C’è qualcosa di più del semplice aumento del prezzo della benzina e del gasolio nella vicenda del caro carburanti. C’è il modo in cui un governo, quello guidato da Giorgia Meloni, sta cercando di affrontarlo: con il “cappello in mano”.

Prima abbiamo chiesto all’Europa di consentirci di finanziare e prolungare la riduzione delle accise. E siamo andati avanti con proroghe successive, come se una crisi che dura da mesi e mesi potesse essere affrontata con provvedimenti destinati, per loro natura, a durare pochi giorni o poche settimane. Soltanto nel 2026 le proroghe del taglio delle accise hanno comportato costi per oltre 2,6 miliardi di euro.

Poi abbiamo guardato ancora a Bruxelles per chiedere una risposta comune sugli extraprofitti delle grandi società energetiche. Italia, Germania, Austria, Portogallo, Spagna e Polonia hanno sollecitato un intervento europeo. La risposta della Commissione è stata però molto chiara: la tassazione degli extraprofitti rientra nelle competenze degli Stati membri, che possono intervenire attraverso la legislazione nazionale, nel rispetto del Diritto europeo. Ma il coraggio chiesto a Bruxelles è mancato a Roma.

A quel punto il Governo ha dovuto cercare un’altra strada. Ha chiesto alle grandi aziende energetiche di contribuire volontariamente al contenimento dei prezzi. Eni, società nella quale lo Stato mantiene una partecipazione importante, ha risposto fissando dal 28 settembre un tetto di 1,99 euro al litro per la benzina e di 2,19 per il gasolio sulla rete Enilive, per un primo periodo di trenta giorni, con possibilità di estensione fino alla fine dell’anno.

Poi è arrivata anche l’Azerbaigian. SOCAR, la società energetica statale azera che dall’8 maggio scorso controlla il 99,82% di Italiana Petroli, ha annunciato un analogo intervento sulla rete IP, dopo un appello rivoltole dal Governo italiano. La Presidente del Consiglio ha ringraziato il presidente azero Ilham Aliyev, definendo quello di IP un «segnale importante».

Ed eccoci dunque al punto: che cosa è questa? Una politica energetica o una politica dei favori? Perché Eni lo fa «volontariamente». SOCAR lo fa «volontariamente». E il Governo ringrazia. Ma un cittadino ha diritto di domandarsi: è davvero un regalo? È un favore fatto gratuitamente all’Italia? Oppure, come è normale nei rapporti economici e internazionali, ogni favore ha un prezzo, magari non immediatamente visibile?

Non c’è bisogno di insinuare accordi segreti per porsi questa domanda. Basta osservare la situazione. L’Azerbaigian è diventato un fornitore energetico sempre più importante per l’Italia. Attraverso il TAP arriva in Puglia una quota significativa del gas azero: nel 2025 sono transitati verso l’Italia oltre 10 miliardi di metri cubi. Ma quello è un gasdotto, non un oleodotto. E proprio SOCAR oggi controlla IP. Il risultato è che, davanti all’emergenza, lo Stato sembra aver progressivamente rinunciato a utilizzare fino in fondo gli strumenti fiscali che ha a disposizione, preferendo chiedere alle aziende di intervenire volontariamente.

Le accise

Ma c’è una questione ancora più importante, che rischia di essere completamente oscurata dalla discussione quotidiana sui prezzi.

Quelle accise che Giorgia Meloni, prima di arrivare al governo, aveva inserito in un programma nel quale si parlava di «automatica riduzione di Iva e accise» in presenza di maggiori entrate fiscali derivanti dall’aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti. Oggi, invece, ci troviamo davanti a una successione di riduzioni temporanee, proroghe e successivi ripristini. E qui sta la beffa.

Quando è esplosa la crisi internazionale legata alla guerra e allo sconvolgimento dei mercati energetici, il Governo avrebbe potuto scegliere una strada diversa: congelare stabilmente il peso fiscale sul carburante, almeno per la parte corrispondente all’aumento straordinario del prezzo del petrolio.

Il meccanismo dell’«accisa mobile» nasce proprio dall’idea di utilizzare l’aumento del gettito IVA prodotto dal rincaro del greggio per ridurre le accise. Perché allora continuare con il contagocce? Perché aspettare ogni volta la nuova emergenza, il nuovo decreto, la nuova proroga, la nuova copertura? E soprattutto: perché chiedere a Eni e SOCAR di fare volontariamente quello che lo Stato potrebbe decidere attraverso una propria politica fiscale?

Il prezzo alla pompa non è composto soltanto dal costo del petrolio. Ci sono accisa e IVA, e il peso della componente fiscale rimane enorme. I dati ufficiali del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica mostrano, per esempio, che nel secondo trimestre 2026, su un prezzo medio della benzina di 1,854 euro al litro, accisa e IVA insieme rappresentavano circa 91,6 centesimi: quasi la metà del prezzo finale. È questo il dato che rischiamo di dimenticare.

La crisi di Hormuz ha certamente aggravato una situazione già difficile. Il traffico attraverso lo Stretto è rimasto molto al di sotto dei livelli precedenti alla crisi, anche se nelle ultime settimane alcuni flussi sono ripresi. Il Brent è ancora attorno ai 100 dollari al barile. Ma proprio per questo sarebbe stato necessario intervenire sulla parte del prezzo che dipende direttamente dallo Stato. Invece continuiamo a chiedere con il “cappello in mano”.

Il problema non è soltanto quanto costa oggi un litro di benzina. È capire se uno Stato sovrano debba affrontare una crisi energetica con una strategia oppure facendo il mendicante e trasformare la solidarietà volontaria delle aziende nel sostituto di una politica fiscale ed energetica che dovrebbe essere decisa dal Governo.

E forse la domanda vera che Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti dovrebbero porsi non è come ottenere la prossima proroga o il prossimo «contributo volontario». Bensì per quanto tempo ancora intendono governare il caro carburanti con misure temporanee, mentre il problema è diventato strutturale?

Giancarlo Infante

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