Abbiamo bisogno “……soprattutto di un’etica politica di grande respiro. Serve assolutamente un riscatto politico e morale”. Se fossimo capaci di prenderla sul serio e tradurla in atto, questa sollecitazione di Alfonso Barbarisi – tratta dal suo splendido articolo pubblicato da “Il Mattino” di Napoli ( CLICCA QUI )- basterebbe da sola ad illuminare il percorso di effettivo superamento di quella “diaspora”, di cui Giancarlo Infante lamenta il persistere ( CLICCA QUI ).
Per farcela dobbiamo chiarire cosa intendiamo esattamente per “superamento della diaspora” e secondo quale percorso, necessariamente a tappe, possiamo uscirne. Intanto, ricomporre la diaspora non significa ricostruire un mosaico in cui ogni tessera rechi il volto del leader di questa o quella frazione dell’ insieme originario. Tanto meno immaginare, poco o tanto, una operazione di riciclo di personaggi o frammenti di una stagione politica superata.
Anzi, questo va assolutamente escluso a priori.
Vuol dire piuttosto riportare a sintesi temi ed argomenti che hanno anch’essi subito una divaricazione sostanzialmente funzionale a giustificare, da parte di ciascuno, la propria preferenziale dislocazione dall’una o dall’altra parte nel bipolarismo imposto dalle leggi elettorali maggioritarie. Dobbiamo, al contrario, farci seriamente carico dell’ammonimento con cui il Cardinale Bassetti ci invita a tenere assieme, nel campo cattolico, “quelli dell’etica” e “quelli del sociale”.
Tocca a chi sceglie di impegnare la propria responsabilità, rigorosamente personale, in campo politico, mostrare come questa polarità sia solo apparente ed, anzi, fasulla, al punto che ove una delle parti pretendesse di rivendicare la legittimità della propria a scapito dell’altra, di fatto negherebbe anche il proprio assunto. Questo “riportare a sintesi” esige che l’azione politica da intraprendere abbia un radicamento solido e consapevole, fondato su ragioni proprie, non tributario di posizioni prese a prestito da altri indirizzi, non subalterno a ragioni di opportunità contingente, quindi realmente, letteralmente “autonomo”, nel senso etimologicamente proprio del termine.
Peraltro, l’autonomia cui pensa Politica Insieme non è, in nessun modo, la rivendicazione di un’algida separatezza, la presunzione di una supposta alterità, come se, blindati nella corazza dei nostri principi, guardassimo alle cose del mondo da una dimensione inaccessibile ad altri. E’, piuttosto, la condizione per stare, del tutto laicamente, sul piano comune della storia che quotidianamente si sviluppa, purché con l’ambizione di recarvi un contributo originale, senza mai accampare atteggiamenti alteri e di presunta superiorità che lasciamo volentieri a chi si compiace delle proprie certezze ideologiche.
Va, altresì, considerato come il processo di superamento della diaspora debba, oggi, in ogni caso, essere vissuto dentro la cornice di un pluralismo delle opzioni politiche dei cattolici, ormai acquisito una volta per tutte, per cui non ha senso confondere questo percorso con la ricerca di una supposta unità dell’elettorato cattolico. Non basta essere cattolici per pensarla tutti allo stesso modo sul piano politico.
Anzi, se così fosse dovremmo chiederci dove stia il punto confusivo e pericoloso in cui l’universalismo della religione ed il particolarismo della politica si congiungono così inestricabilmente da sovrapporre compiutamente i due campi.
Da lì a forme di integrismo ci sarebbe un passo e forse meno, dopo di che, avviata una china di questo tipo, non si sa dove si arresterebbe la scivolata, che potrebbe giungere anche fino a forme di un fanatismo di altri tempi. A pagarne il prezzo sarebbe la religione e quel genuino sentimento di nuova attenzione nei suoi riguardi che abbiamo visto risvegliarsi anche in questi mesi di allarme pandemico.
D’ altra parte, sarebbe sbagliato ritenere che la “diaspora” sia stata solo ed esclusivamente un processo di dissipazione. Osservata più attentamente, non si può fare a meno di cogliervi anche ragioni che discendono da una maturazione più avanzata di sensibilità nuove che hanno attraversato anche il mondo cattolico che non è un monolite inerte, bensì un popolo che cammina dentro la storia.
Noi chiamiamo “diaspora” la disarticolazione avvenuta nella Democrazia Cristiana alla metà degli anni ’90; in effetti, il fenomeno è più complesso e risale almeno a quel superamento del collateralismo che, non a caso, ha preso avvio negli anni del fervore conciliare. Anni difficili, eppure straordinariamente ricchi dentro e fuori il nostro campo; anni in cui non abbiamo saputo cogliere il monito di Moro che invitata la DC ad essere addirittura “alternativa” a sé stessa, secondo un concetto che, in larga misura, si può dire come, fin da allora, evocasse quel passaggio che oggi osiamo chiamate di “trasformazione”.
Dobbiamo essere consapevoli del fatto che la storia apre in alcuni momenti, apparentemente impensabili al nostro sguardo orizzontale, alcune finestre di opportunità che non restano aperte per un tempo indefinito, per cui se non si è in grado di coglierle sono occasioni perse una volta per tutte. Se fossimo sulla soglia o forse appena dentro una finestra del genere, sapremmo comprenderne la “cifra”, così da corrispondervi, almeno per quel poco che può competere a noi?
Questo non sta ad indicare come i cattolici non possano limitarsi ad incollare il prefisso “centro”, nel segno di una “moderazione” che le renda accettabile ad una “destra” e ad una “sinistra” che hanno sostanzialmente smarrito le ragioni del loro radicamento storico, cosicché si illudono, dall’una e dall’altra parte, di rinverdirlo, estremizzando le loro posizioni? E non dice altrettanto chiaramente come stia sotto l’asticella delle nostre responsabilità una distinzione tra le due anime – cattolico-democratico e clerico-moderata – che convivono nel nostro campo, da sempre? In questo senso, il superamento della diaspora non è cosa che si congegna a tavolino, bensì un cammino, il cui senso, si potrebbe dire, è il cammino stesso, cioè la capacità di rimettere a tema il “pensiero forte” della nostra cultura e della nostra tradizione, quel nucleo tematico e programmatico che sappia sprigionare una forza di attrazione, tale per cui quel più di convergenza e di impegno comune che si riesce a comporre sia frutto di una forza endogena e non piuttosto, come nel dopoguerra, anche il portato di una spinta esogena, cioè di una condizione al contorno che allora si chiamava ” guerra fredda”. E qui ricorre un fattore di discontinuità con la stessa esperienza della Democrazia Cristiana che non va trascurato.
In definitiva, si ricompone la diaspora non incollando i cocci di una storia pur straordinariamente ricca, ma generando un dato politico effettivamente nuovo. Questo è l’intendimento di Politica Insieme che non rivendica alcuna primazia, come taluni temono, ed è, anzi, perfettamente consapevole del gap che corre tra il suo ruolo possibile e la gravità del compito.
Per questo è bene che l’ampio lavoro di approfondimento, di ricerca e di radicamento sul territorio che abbiamo sviluppato, ormai da almeno due anni a questa parte, approdi ad una “assemblea costituente” che esprima questa fermentazione dal basso, nel segno di un grande impegno di collegialità.
C’e’ da augurarsi che altri facciano la stessa cosa e si giunga – non nel senso di una pasticciata e precipitosa fusione, ma secondo una spirito di coalizione – a quello che potremmo chiamare un “tavolo dell’autonomia” che metta alla prova, sul campo, l’avvio di una terza fase dell’impegno politico dei cattolici, nel segno della visione cristiana dell’uomo, della vita e della storia.
Continuità e discontinuità si tengono reciprocamente. La discontinuità con le precedenti fasi storiche – ciascuna appropriata alla contingenza del proprio tempo – e’ la condizione per riproporre e valorizzare, anche in questa momento, la continuità ideale, culturale e politica del movimento cattolico. Ed è questo quel che conta.
Domenico Galbiati
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