C’è qualcosa che in un’altra fase storica avremmo potuto definire sorprendente nelle immagini arrivate dalla Francia in occasione della presenza del Papa, cui ha dedicato un intervento anche Domenico Galbiati (CLICCA QUI). Non soltanto per il numero delle persone accorse ad ascoltare Leone XIV, ma per il luogo nel quale tutto questo è avvenuto: un Paese moderno, secolarizzato, geloso della propria idea di laicità.

Non credo che quella folla fosse composta soltanto da cattolici praticanti o da credenti osservanti. E forse sarebbe riduttivo interpretarla semplicemente come il segnale di un ritorno della fede. C’è probabilmente qualcosa di più profondo, che riguarda la vita civile e culturale della Francia contemporanea.

La presenza di Leone XIV ha offerto l’occasione per ripensare il rapporto tra fede e laicità: due dimensioni che non necessariamente si escludono, ma che possono trovare proprio nel reciproco riconoscimento una ragione per definirsi, rispettarsi e convivere. Non è il terreno, ma quello della società, della convivenza e della domanda di senso che attraversa credenti e non credenti.

La domanda allora è: perché, in una società che sembrava aver progressivamente relegato la religione nella dimensione privata, così tante persone hanno sentito il bisogno di esserci?

Forse perché la secolarizzazione non ha cancellato la domanda di senso. Si può essere lontani dalla Chiesa e continuare a interrogarsi sulla vita, sulla morte, sulla pace, sulla giustizia, sulla speranza. Si può non essere credenti e avvertire comunque il bisogno di una parola che non sia soltanto quella della politica, dell’economia o della comunicazione.

Paolo VI, nella Populorum progressio, definiva la Chiesa «esperta di umanità». Non «padrona» dell’umanità, ma esperta dell’uomo, della sua sofferenza, delle sue speranze, delle sue contraddizioni. È un terreno diverso da quello della riflessione dottrinale: è la dimensione dell’umano, della fragilità e della ricerca.

È forse questo che, magari inconsapevolmente, una parte di quella folla francese – e noi che l’abbiamo vista in televisione – ha cercato nel Papa: non necessariamente una risposta religiosa già posseduta, ma una parola sull’Uomo in un momento nel quale l’umanità sembra avere smarrito molte delle proprie coordinate.

E allora torna alla mente proprio il primo saluto di Leone XIV, quello pronunciato dalla Loggia di San Pietro la sera della sua elezione: «La pace sia con tutti voi». E subito dopo quella definizione che sembrava quasi una provocazione al mondo nel quale viviamo: «una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante». Forse oggi comprendiamo meglio la forza di quelle parole e come siano state recepite dall’umanità ad ogni latitudine.

In un mondo nel quale la guerra torna a occupare il centro della storia, nel quale le armi sembrano nuovamente diventate il linguaggio con cui gli Stati pretendono di risolvere i conflitti, parlare di una pace «disarmata e disarmante» significa proporre un’altra idea dell’uomo e dei rapporti tra gli uomini.

E forse è proprio qui che il viaggio francese di Leone XIV acquista un significato che va oltre la cronaca religiosa. Non è soltanto un evento ecclesiale: è un momento nel quale una società secolare ha riconosciuto il valore di una parola che riguarda l’uomo, la sua dignità e la sua ricerca di pace.

L’Occidente attraversa una fase di particolare complessità. Le sue vecchie certezze si sono indebolite e quelle nuove non hanno ancora trovato una forma compiuta. È uno smarrimento che non è soltanto religioso: è antropologico, culturale e politico.

Non sappiamo se quella folla rappresenti l’inizio di un’inversione di rotta. Sarebbe prematuro dirlo. Ma possiamo chiederci se non rappresenti almeno il segnale di una inquietudine che attraversa le nostre società: una domanda che non riguarda soltanto la fede, ma l’uomo e il senso della sua presenza nella storia.

Giancarlo Infante

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