Cosa dobbiamo aspettarci dalle elezioni europee? Sinceramente, poco.

Il dato politicamente più rilevante agli occhi di chi è seriamente preoccupato per la deriva oligarchica e plebiscitaria su cui sta rovinando la Seconda Repubblica, sarà vedere quanto inciderà l’astensionismo. Nelle tre elezioni regionali dei primi mesi dell’anno (Sardegna, Abruzzo e Basilicata) l’affluenza al voto è stata omogenea, complessivamente appena sopra la metà dei votanti (52,2%, 52,1%, 49,8%) con un calo percentuale rispetto al 2019 di un paio di punti, doppio tra l’elettorato lucano. Da allora però abbiamo avuto vicende poco edificanti in Piemonte, Puglia e Liguria, tra indagini per voto di scambio, malaffare e corruzione che hanno gettato altro discredito sulla classe politica. Difficile che in Piemonte il voto regionale faccia da traino a quello europeo, che di suo è in difficoltà, e non poco.

Abbiamo assistito a una delle peggiori campagne elettorali della storia, segnata dal protagonismo della Meloni, che per farsi ricordare si è proposta prima come “Giorgia” poi come “stronza”, dalle sparate di Vannacci – fenomeno mediatico creato dalla sinistra che grida al “babau” e usato da Salvini per sopravvivere con i voti del becero populismo di destra – e dalla lotta di tutti contro tutti, disperatamente alla caccia di voti. Ognuno ha i suoi traguardi: la premier confermare il 26% preso alle politiche per poter dire che dopo 20 mesi di governo mantiene intatto il suo consenso: la Schlein superare il 20% (distanziando il più possibile Conte) per poter dire di essere l’unica alternativa possibile alla destra; il Movimento 5 Stelle ottenere un 15% per poter dire di essere indispensabile partner del PD nel “campo largo”; Forza Italia avere un voto in più della Lega per poter dire che i moderati contano ancora nel centrodestra; Salvini avere un voto in più di Forza Italia per evitare la sua fine politica; Verdi/Sinistra, Renzi/Bonino e Calenda per superare il quorum del 4% e poter gongolare sul teatrino mediatico. Tra le new entry la folkloristica coalizione di 19 liste 19 raccoltà da Cateno De Luca e Alternativa popolare, il partito di Angelino Alfano (ricordate?), simbolo acquistato dal folkloristico Bandecchi, sindaco di Terni, non meritano cenno. Sarà invece interessante vedere cosa otterrà la lista di Santoro che si è caratterizzata sul tema della pace, in controtendenza rispetto a tutti gli altri, se si escludono i Cinquestelle e Salvini, poco credibili per due o trecento motivi.

Ma il primo dato politico sarà proprio l’astensionismo: supererà il 50%? Nel 2019 si recò ai seggi il 54,5%. Prima del silenzio elettorale alcuni sondaggi parlavano di affluenza al 52%, ma in questi giorni si avverte un distacco ancora maggiore. L’Europa non scalda più i cuori: gli egoismi nazionali da un lato, le logiche burocratiche e mercantili dall’altro hanno infranto il sogno europeo. Se persino un convinto europeista della prima ora come Guido Bodrato espresse tutta la sua delusione, come vogliamo che si appassioni al futuro del Vecchio continente un elettore medio, anche disorientato dalla progressiva escalation bellicista dei vertici di Bruxelles, che si confondono sempre più con i vertici della NATO? Se poi in Italia la prospettiva degli Stati Uniti d’Europa è sostenuta e rappresentata da Matteo Renzi… beh… non possiamo dire che sia nelle mani di un testimonial credibile e vincente…

Povera Europa… incapace di bloccare sul nascere la guerra sulla porta di casa e difendere il bene della pace, di neutralizzare Boris Johnson – che, non pago della Brexit, fece saltare gli accordi di Istanbul per il cessate il fuoco in Ucraina a poche settimane dall’invasione russa –, di spiegare agli USA che il mondo è cambiato, è diventato multipolare. E, di conseguenza, di prendersi le sue responsabilità per una difesa comune, utilizzando i 250 miliardi di dollari che complessivamente già destina allo scopo, poco meno della Cina e più del triplo della Russia. Per non parlare della crisi demografica, dell’incapacità a governare il fenomeno migratorio e di incidere sulle emergenze internazionali, in Medio Oriente e in Africa, e sulle sfide del cambiamento climatico.

Povera Europa, considerando anche la drammatica crisi di leadership, evidente già a livello di singoli Stati (la Merkel non ha lasciato eredi e di Macron… lasciamo perdere). Se la grande coalizione tra socialisti, popolari e liberali ha partorito Michel e la Von der Leyen, chissà cosa uscirà dal possibile compromesso dei tre di cui sopra (magari senza i socialisti) con in più conservatori (tipo Meloni) e sovranisti “presentabili” (tipo Le Pen)? Pensiamo davvero che Mario Draghi abbia possibilità di venire eletto al vertice della Commissione europea?

Un passo per volta. Cominciamo a vedere cosa uscirà dalle urne questo fine settimana.

Alessandro Risso

Pubblicato su www.associazionepopolari.it

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